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Amarga Navidad, la verità dietro la finzione. Almodóvar allo specchio

Tempo di lettura: 3 minuti

Uscito nelle sale italiane il 21 maggio, Amarga Navidad è il film con cui Pedro Almodóvar si interroga sui confini tra arte e vita, sul ruolo dell’autore e sulla capacità dell’atto creativo di trasformare il dolore in materia narrativa. È un’opera che guarda al processo della scrittura come a un esercizio di sopravvivenza, una forma di elaborazione del lutto e, al tempo stesso, un terreno minato sul quale si intrecciano etica, memoria e rappresentazione.

Per affrontare questi temi, Almodóvar entra direttamente nella mente di chi racconta storie. Si infila negli anfratti più labili della creazione, nei periodi di stallo, nei riconoscimenti che arrivano quando sembra non esserci più nulla da dire, nella necessità di nutrire la propria immaginazione attingendo alle vite degli altri.

E ancora una volta il regista spagnolo costruisce una complessa architettura narrativa, fatta di continui slittamenti tra realtà e finzione. Come in un sistema di scatole cinesi, le esistenze si sovrappongono, i traumi si riflettono gli uni negli altri e ogni vicenda sembra contenere la traccia di un’altra.

Al centro dell’operazione vi è la scrittura stessa. Le dita che battono sui tasti diventano il motore dell’intero racconto, il punto d’origine da cui si diramano tutti gli altri livelli narrativi.

Il resto è un incessante dialogo tra l’esperienza vissuta e la sua trasfigurazione artistica. Sulle partiture di Alberto Iglesias, che scortano il racconto scandendone il ritmo emotivo e amplificandone, con discreta precisione, i passaggi più significativi.

Nulla, nell’architettura del film, appare del resto estraneo a quel sottile dialogo tra realtà e finzione che ne costituisce il nucleo tematico e formale.

Sul versante strutturalmente diegetico del racconto emerge la vicenda di Elsa, interpretata da Bárbara Lennie, regista alle prese con il suo terzo film dopo una lunga parentesi dedicata alla pubblicità. Accanto alle difficoltà professionali, Elsa convive con l’emicrania, gli attacchi di panico e un lutto che continua a determinarne l’esistenza. Al suo fianco c’è Bonifacio (Patrick Criado), spogliarellista dall’apparente serenità, mentre altre figure femminili amplificano il tema della sofferenza. Sono Patricia (Victoria Luengo), ostinatamente aggrappata a un matrimonio ormai esaurito, e Natalia (Milena Smit), segnata dalla perdita del figlio.

Ogni personaggio, in modi differenti, porta dentro di sé una ferita. Eppure questa non è che la storia immaginata da Raúl, lo sceneggiatore che sta lavorando a un nuovo progetto. Elsa, Patricia, Natalia e Bonifacio non esistono davvero, almeno non nei termini in cui il film ce li presenta. I loro nomi appartengono alla finzione. Molto meno casuali sono invece i riferimenti alla realtà che quella finzione incorpora.

È qui che il film dispiega i suoi interrogativi. Fino a che punto uno scrittore può appropriarsi della vita altrui? Dove si colloca il confine tra osservazione e sfruttamento, tra ispirazione e tradimento? Qual è la responsabilità morale di chi trasforma persone reali in personaggi?

Quando il dispositivo metanarrativo viene definitivamente svelato, Almodóvar spinge con decisione sull’acceleratore. Le persone che hanno inconsapevolmente alimentato la sceneggiatura di Raúl reagiscono, contestano, si ribellano all’uso che è stato fatto delle loro esperienze. Alcuni lo fanno con rabbia, come Monica (Aitana Sánchez-Gijón); altri con una malinconica rassegnazione, come Santi (Quim Gutiérrez), cui il film affida uno degli epiloghi più amari e significativi. Ed è in quei momenti che Amarga Navidad suggerisce come la vita possa risultare persino più artificiosa dell’arte che pretende di rappresentarla.

Non siamo di fronte a uno dei vertici della filmografia almodovariana, ove occorra specificarlo. Manca forse quella tensione emotiva che rende indimenticabili le sue opere migliori e, a tratti, la complessità della costruzione rischia di appesantire il racconto. 

Eppure Amarga Navidad è un film necessario. Lo è perché riflette sul processo creativo come possibilità di cura e catarsi. Lo è perché affronta il lutto come esperienza fondativa dell’esistenza. È lo è perché torna a esplorare quel territorio umano fatto di fragilità, ossessioni, desideri e anomalie che da sempre costituisce il vero centro del cinema di Almodóvar.

In fondo, tutta la sua opera si è sempre mossa lungo il confine instabile della vita, là dove gli individui cercano faticosamente un equilibrio tra ciò che sono, ciò che perdono e ciò che riescono ancora a immaginare. 

E stavolta il regista sembra aver compiuto un gesto ulteriore, quello di rivolgere l’obiettivo verso sé stesso. Forse l’atto più coraggioso del film. 

Perché nulla è più arduo, per un autore, che schiudere le porte del proprio immaginario e lasciare affiorare, dietro la costruzione artistica, la verità dell’uomo. Non quella del cineasta celebrato, o dell’icona ormai consegnata alla storia del cinema, ma quella dell’individuo con il suo bagaglio di vulnerabilità, dubbi e responsabilità. Abitante di quella vetta che è insieme privilegio e condanna, luogo lucente ma altrettanto, e profondamente, solitario. 

A settantasei anni, il tempo della conquista sembra cedere il passo a quello della riflessione. Si avverte l’urgenza di interrogare il cammino percorso, di misurarsi con ciò che resta e con ciò che inevitabilmente sfugge. Come se il cinema, lungi dall’essere mero strumento di invenzione, diventasse finalmente esercizio di consapevolezza e, perché no, bilancio esistenziale.

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