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Coda – I segni del cuore

Tempo di lettura: 4 minuti

“CODA – I segni del cuore” è il film diretto da Siân Heder che ha trionfato agli Oscar, aggiudicandosi ben tre statuette.

Dal mercato home video, allo streaming, il remake de “La Famille Bélier di Éric Lartigau dal 31 marzo è finalmente nelle sale italiane.

Un film di formazione

Si tratta di una fiaba, delicata, garbata, che non forza la mano sul tema della disabilità, né tantomeno si perde nei rivoli di quell’ipocrita e fittizio sistema equo in grado di assicurare pari opportunità a ciascun individuo.

CODA – opportuno sottolinearlo – è l’acronimo di Child of deaf adults, letteralmente figlio di persona sorda. Ma la sordità, che pure è l’asse attorno cui ruota l’esistenza della protagonista, non si erge sul resto con la pretesa d’essere motore unico della vicenda. CODA possiede piuttosto l’impianto tipico di un film di formazione.

La famiglia Rossi, cui appartengono i coniugi Frank (Troy Kotsur) e Jakie (Marlee Matlin), il figlio maggiore Leo (Daniel Durant) e la sorella Ruby (Emilia Jones), sarebbe stata eccentrica, e magnifica, se anche tre dei suoi membri non fossero stati sordi. E di certo nulla ha da invidiare a quadretti familiari ben più convenzionali, dietro la gaia apparenza dei quali si cela un mucchio di parole mai pronunciate e, per questa ragione, mai udite.

A Gloucester, nel Massachusetts, Frank e Jakie sono del resto due hippy fuori moda che se ne infischiano delle regole inutili e, all’occorrenza, delle buone maniere.

Non fanno mistero dei propri sentimenti, della reciproca attrazione e, senza proferire parola, costituiscono essi stessi un sistema educativo di prim’ordine, improntato sulla libertà e sull’amore. 

Oltre la disabilità 

Non si occultano i disagi che scaturiscono dalla condizione particolare dei Rossi, ma nemmeno si riconducono loro tutte le sventure. Gli ostacoli semmai si affrontano, col piglio di chi ha coraggio da vendere, di chi non intende arrendersi.

Frank, di cui Ruby si fa interprete, rivendica alla sua maniera i diritti dei pescatori. Forse il silenzio assoluto amplifica le ingiustizie e le rende ancor più indigeste, forse a non ascoltare è chi può realmente ascoltare.

Verosimilmente la spontaneità di Frank, che peraltro rende il personaggio oltremodo amabile, nulla ha a che fare con la sua sordità. E qui fortunatamente si infrangono il pregiudizio, la commiserazione, lo sguardo compassionevole sulla disabilità di un mondo falsamente abile alla lettura della realtà.

Ruby stessa, cui Emilia Jones regala un’interpretazione matura e inappuntabile, compie un percorso di crescita sì arduo e condizionato dalla sordità dei suoi familiari, ma di certo più consapevole e audace di quanto non lo sia quello dei suoi coetanei.

Un valore aggiunto è la sua voce, dedita al canto; un valore aggiunto è la fallibilità cosciente della sua famiglia; un valore aggiunto è il sapore d’ogni conquista dopo un percorso lastricato di ostacoli. 

Ruby è dapprima la nota stonata, poi la magnifica eccezione d’una generazione cui – diciamolo – ci siamo domandati mille volte come mettere in mano questo universo scapestrato che stiamo lasciando in eredità.

Il giovane Miles (Ferdia Walsh-Peelo), che si lascia contagiare dall’entusiasmo di Ruby, che scopre la bellezza di un tuffo in uno scenario naturale e fiabesco, che guarda con meraviglia la spontaneità dei Rossi, possiede gli occhi incantati dello spettatore ai quali Siân Heder ha riservato un affresco di vita, di quella vita complicatamente semplice della gente comune.

L’universo dei sensi

A stuzzicare i sogni di Ruby, che impattano gioco forza con la realtà, un rigido insegnante di musica (Eugenio Debrez) che sa guardare oltre, che non si limita all’apparenza ingannevole delle pose timide della ragazza. 

Sono del resto i sensi i protagonisti di CODA: l’olfatto a notificare al mondo la pesca in mare, l’udito cui si consegnano il canto o il frastuono, il tatto che dimora negli abbracci, in un bacio, la vista in soccorso della mancanza, infine il cuore, sensibile, grazie al quale ricomporre i frammenti, disciplinare le distonie, scaldare altri cuori.

E via via che Ruby spalanca le braccia verso un mondo nuovo, i Rossi tutti arrotondano i propri spigoli, odono senza udire, in una parola “sentono”.

La regia di Siân Heder 

Vano il confronto con la pellicola di Lartigau. Si viaggia su un binario parallelo, non sullo stesso binario.

La direzione del cast è misurata, tiene bassa la soglia della disabilità e scosta la tendina per spiare l’ordinarietà comune e genuina all’interno delle mura domestiche.

Ammirevole la scelta della regista statunitense di puntare su attori realmente sordi e dei quali Troy Kotsur (Oscar al miglior attore non protagonista) è senz’altro la punta di diamante.

Si potrebbe invece addebitare a Siân Heder di aver giocato d’astuzia, d’aver confezionato un film godibile e soprattutto rassicurante, taluni direbbero scontato. E in parte così è. O, per meglio dire, così sarebbe se in una realtà talmente poco rassicurante e che si alimenta di tragedie e paure, di un sensazionalismo talvolta di bassa lega, non avessimo tutti noi bisogno di ghermire, ogni tanto, qualche buon sentimento. 

Scritto da

Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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