Nelle sale italiane dal 20 febbraio, “FolleMente” è la spassosa commedia grazie alla quale Paolo Genovese ritrova lo smalto delle sue più fortunate pellicole.
Con l’impiego di un eccellente cast e il sostegno di sceneggiatori evidentemente ispirati quali Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, il regista si muove sul terreno impervio, a metà tra un “Inside Out” all’italiana e il teatro dell’assurdo, della mente umana. Coi pensieri che assumono le sembianze umane delle personalità, di frequente in conflitto tra loro, che li generano. Con la mente che è una casa formicaio giapponese abitata da un gran numero di inquilini, un molesto miscuglio di voci a guidare le scelte, a dare forma alle più contraddittorie emozioni.
Ne deriva un interessante, frivolo solo all’apparenza, viaggio nella testa di due individui, un uomo (Edoardo Leo) e una donna (Pilar Fogliati), in occasione del loro primo appuntamento.
In quella precisa circostanza ci si muove con circospezione, si risulta impacciati nel tentativo di apparire disinvolti, si pronunciano parole di cui ci si pente un istante dopo, tutto è insomma talmente imprevedibile e rischioso da non poter essere gestito col solo ausilio della ragionevolezza.
I due sono come in balia delle emozioni più inconciliabili e svariate. Arrivano loro addosso i pensieri più impudichi e quelli smaccatamente sentimentali, le paure si mescolano agli azzardi; la scoperta dell’altro, specie quando capitano imprevisti a scompigliare i pochi transitori convincimenti, diventa operazione oltremodo complessa.
La telefonata di una figlia o la visita inattesa di un ex sono insomma benzina sul fuoco degli indugi, schiudono scenari inattesi e tutt’altro che rassicuranti. Ciononostante si rimane lì, dentro la casa grigia di Lara gremita di oggetti rigorosamente utili. E si rimane lì perché qualcosa di inspiegabilmente immateriale – si chiami trasporto, interesse, curiosità – accade. Perché il desiderio di andare fino in fondo supera l’istinto prudente alla rinuncia e mette tutte le emozioni d’accordo.
Così che, vista l’inopportunità di farlo a tavola, ci si sdrai finalmente in un letto. Per aprire le danze.
Un momento indimenticabile tanto per i protagonisti quanto per le emozioni e per gli spettatori.
Tutto sarebbe sulla carta alla mercé degli istinti, tutto dovrebbe essere naturale, incontrollato. Eppure è a letto che si gioca la vera finale di Champions e le squadre sono concentratissime e la mente non solo non si abbandona al sesso, ma persino lavora più alacremente del solito.
Il pareggio allo scadere impone i tempi supplementari. Impone un seguito ancora da sognare.
Le emozioni, femminili e maschili, possiedono il pregio d’essere ben riconoscibili nel personaggio che le interpreta. Sono peraltro a coppie sovrapponibili: due romantici, due scostumati, due raziocinanti, due scettici. Segno questo di come l’universo femminile e quello maschile in certe occasioni siano agitati dai medesimi turbamenti.
Si richiedono gli straordinari al ritmo della narrazione, mentre si accordano dialoghi spiritosi e arguti che reggano la complessità del gioco e mai incartino la pellicola. Nelle mani, ciò non bastasse, di attori come i già citati Edoardo Leo e Pilar Fogliati, poi ancora Emanuela Fanelli, Maria Chiara Giannetta, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria.
Con un cast così sarebbe stato praticamente impossibile mancare l’obiettivo. Il plauso a questo Paolo Genovese nuovamente in forma e brioso è comunque doveroso.





























