FestivalStorie di Resilienza

DIALOGO CON GIACOMO PEDINI DI MITTELFEST

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NDS ha intervistato Giacomo Pedini per conoscere “la preparazione al festival che verrà” nelle mani del neo direttore artistico di Mittelfest. Regista, drammaturgo e saggista, Giacomo Pedini prende le redini artistiche di un festival al trentesimo anno di attività.

Ridare attrattività a Mittelfest creando una realtà a “largo gradiente empatico: un luogo produttore di cultura e valore aggiunto”. Questa la dichiarazione del Cda del festival nella conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore artistico. Come stai affrontando la responsabilità di far parte di questo “valore aggiunto”?

Esistono perlomeno due dimensioni nell’operare di un’istituzione culturale, come è anche Mittelfest: c’è la dimensione strettamente produttiva/distributiva, legata al ciclo del lavoro nello spettacolo dal vivo (ora tra il sospeso e l’annichilito), ma poi c’è la dimensione immateriale, effimera come esperienza, ma persistente e folgorante nella memoria e nel sentimento dello spettatore. Credo che il valore aggiunto vada cercato su entrambi i fronti, ossia sforzandosi di continuare a immaginare e a dare corpo alle attività (altrimenti l’annichilimento è definitivo), ma interrogandosi sul senso dei lavori che si sceglie di seguire e di sostenere. Il senso passa, naturalmente, dal pensiero agli spettatori, fisici, concreti, quelli che scelgono di vivere in carne ed ossa il fatto teatrale, musicale, di danza, etc… Ecco perché, in questo momento, abbiamo immaginato un tripartizione nella vita di Mittelfest, affiancando al festival, che festeggia i suoi trent’anni e che si terrà dal 27 agosto  al 5 settembre, il progetto MittelYoung, per proposte nuove e pubblici under 30, e la costellazione MittelLand. Questa tripartizione risponde da un lato all’esigenza di mantenere viva la prospettiva di lavoro, dall’altro di calarla dentro il nostro contesto culturale articolato e stratificato, ben diverso da quello del 1991, quando siamo nati: abbiamo così il festival multidisciplinare, ponte in Italia per le proposte di teatro, musica e danza mitteleuropee e balcaniche, il percorso di rinnovamento under 30 MittelYoung e un progetto di valorizzazione del territorio, in ottica di turismo slow, come MittelLand.

Con la tua nomina “si è messa in atto concretamente l’apertura verso le nuove generazioni di manager più volte  annunciata nel mondo delle istituzioni  culturali ma spesso disattesa  anche per mancanza di coraggio. Il nostro auspicio è che si possano moltiplicare tali occasioni osando e puntando sulle nuove professionalità”. Francesco Maria Perrotta, presidente di Italiafestival, così si è espresso commentando la tua nomina da parte di uno dei festival più importanti d’Europa. Anche se con una consolidata storia professionale alle spalle, Mittelfest cede la barra del timone a un trentasettenne, in cosa consiste il “nuovo” che la tua generazione può offrire al mondo dello spettacolo?

Intanto sono felice e ringrazio il Presidente Perrotta per questa sua attenzione verso il delicato tema del ricambio generazionale. La questione è dibattuta da tempo e, in effetti, sono pochi i non ancora quarantenni alla guida di istituzioni di spettacolo o festival di caratura nazionale. Le ragioni sono complesse e credo che, come è inevitabile, si scioglieranno col tempo. Il tempo però crea una progressiva distanza tra le nuove generazioni, le istituzioni e i festival di spettacolo di lungo corso: questi decenni hanno visto un mutamento fortissimo delle nostre abitudini, a livello europeo e italiano. I più giovani sono cresciuti dentro un mondo già cambiato e non si può non tenerne conto. Scegliere delle direzioni artistiche nuove, allora, può significare il portare dentro alle nostre strutture “storiche” una sensibilità e uno sguardo che ora sono in parte assenti: non vuol dire ragionare in termini di frattura tra ciò che è e ciò che è stato, ma di apertura verso quanto sta attualmente emergendo, spontaneamente e fuori dai canali più canonici. Personalmente vedo con un certo scetticismo la nozione di generazione e l’idea otto-novecentesca, un po’ da avanguardia, che esista un conflitto inevitabile tra passato e futuro: sono più persuaso che si debba ragionare in termini di stratificazione, di allargamento, di mantenere il bello e il sensato che c’è e affiancarne dell’altro. Le cose buone non si devono per forza cancellare a vicenda, possono anche assommarsi.

Quali nuove sfumature troveranno gli spettatori del nuovo Mittelfest sotto la tua guida? In un periodo particolare come questo, è sotto la tua cura“la preparazione al festival che verrà”, quali novità puoi anticipare ai lettori di NDS?

Attualmente posso svelare poche cose, un po’ perché presenteremo la programmazione più avanti, un po’ perché l’anno di epidemia invita anche a un minimo di cautela. Quello che posso dire è che, sulla scorta del tema “eredi”, guida dell’agire di Mittelfest per il 2021, stiamo lavorando a un programma articolato e differenziato, che invita pubblici vari all’incontro. In più ci sarà una grande attenzione ai luoghi. MittelYoung (24-27 giugno) e Mittelfest (27 agosto-5 settembre) vivranno integralmente a Cividale del Friuli, anche con l’intento di recuperare quella tendenza itinerante originaria e, di conseguenza, quel piacere di fare della città la vera e propria scena del festival. MittelLand invece estenderà la sua azione alle Valli del Torre e del Natisone, che proprio sopra a Cividale presentano una fascinosa ricchezza naturalistica e culturale, quella complessità propria di una regione come il Friuli Venezia-Giulia.

Il festival è creazione di comunità, Mittelfest promuove, attraverso il teatro, la musica e la danza il dialogo tra 25 Paesi europei, Paesi che, mai come nell’ultimo anno, affrontano le stesse difficoltà dovute alla pandemia in corso. Come affronterai la prossima stagione, con la consapevolezza che probabilmente, come lo scorso anno, saranno limitati gli spostamenti e ci si dovrà servire dello streaming per rendere partecipi gli affezionati alla kermesse?

Per un festival internazionale la pandemia è un ostacolo più che rilevante e, infatti, stiamo lavorando passo a passo per dotarci di tutti gli strumenti utili a permettere l’arrivo di artisti dagli altri paesi europei. Resta inteso che saremo in grado di capire la fattibilità dell’intero programma tra alcune settimane. Nel frattempo, però, ho lavorato a una programmazione compatibile con la situazione epidemica. Gli spettacoli scelti sono fruibili da un pubblico contingentato e alcuni di questi sono proprio pensati per essere fatti più volte con un numero limitato di persone: in questo modo si cerca di raggiungere più spettatori possibili stante le condizioni date. Riguardo allo streaming, penso che si possa attuare solo in alcuni ben precisi casi: ci sono proposte che mediate dall’audiovisivo perdono la propria atmosfera, il proprio fascino e quindi la loro attrattività e fruibilità. In fondo lo streaming non è spettacolo dal vivo in senso stretto, mentre è una forma digitale di ”televisione” (uso la parola in modo neutro e largo). Non tutte le proposte funzionano tanto dal vivo quanto dietro a uno schermo, per esempio per il fatto banale che l’attore, o lo strumentista o il danzatore non possono sentire il pubblico.

Dal palco dell’Argentina nell’ultimo giorno di spettacoli aperti al pubblico, un attore, al termine dello spettacolo, riferendosi al cittadino, allo spettatore, ha detto: “se la vita gli sta stretta può trovare una poltrona larga andando a teatro”. Oggi leggiamo che in Giappone c’è chi assiste agli spettacoli attraverso una fessura, sono reazioni che condividi, queste che gridano la necessità, da parte delle persone, di assistere a uno spettacolo dal vivo in questi tempi difficili? 

La tensione teatrale non si ferma certo per un’epidemia. Da un centinaio d’anni a questa parte molti hanno spiegato, con dovizia di dettagli, che lo spettacolo dal vivo si può fare anche senza teatro, musica, danza: volendo basta aprire la finestra e starsene affacciati un’ora a vedere quel che succede. Lo spettacolo dal vivo inizia nel momento in cui qualcuno si mette a guardare qualcun altro lì presente, senza che il guardato sia d’accordo o meno. Infatti in questi mesi abbiamo assistito a varie forme di reinvenzione, a partire dal cantare sui balconi il marzo scorso: una giovane compagnia italiana tra le più vivaci, Kepler 452, si è inventata uno spettacolo in cui fa consegne di lasagne e tagliatelle a domicilio. Hanno fatto svariate repliche nel bolognese e nell’udinese tra dicembre e febbraio. In Argentina – come ho evinto sempre grazie ai Kepler 452 – si sono inventati questa soluzione: un parcheggio, un nucleo di auto in cerchio con i fari accesi, in mezzo al cerchio la performance che va in scena. Al Piccolo Teatro di Milano, in dicembre, hanno allestito la scena di uno spettacolo, non andato a debutto, direttamente fuori dallo Strehler. A Genova hanno realizzato il festival Circumnavigando dentro le corti delle case e solo in parte in streaming. Le soluzioni di emergenza non mancano: anzi, ora che ci penso, vado ad affacciarmi alla finestra e mi faccio la mia dose teatrale giornaliera. Per ora tocca accontentarsi.

Luigi Colella
Dal 2014 collaboro con Italiafestival, l'associazione dei festival italiani. Ho collaborato per diverse testate giornalistiche scrivendo di attualità, sport e cultura.

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