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In foto Ralph Fiennes è Il cardinale Lomeli nel film di Edward Berger.

Recensioni Film

La dimensione umana e le sfide della Chiesa in “Conclave”

Tempo di lettura: 3 minuti

Ralph Fiennes, Stanley Tucci, Sergio Castellitto, John Lithgow dentro gli abiti cardinalizi sono ineccepibili, la regia di Edward Berger è d’una grazia sorprendente, le musiche di Volker Bertelmann all’altezza dell’atmosfera tanto da intessere un costante dialogo con le sontuose stanze vaticane, la fotografia di Stéphane Fontaine addirittura sublime. 

“Conclave”, uscito nelle sale italiane il 19 dicembre scorso, è il film che ha fatto storcere il naso all’Arcidiocesi di Los Angeles, ma che ben si inserisce in quel genere cinematografico fortunatissimo cui si devono certe fascinose incursioni nella Chiesa cattolica. L’umano dissidio tra fede e ambizione, gli intrighi e le trame di potere che ne conseguono, già elementi chiave dell’omonimo romanzo di Robert Harris, costituiscono nella pellicola di Edward Berger un interessante affresco di quel mondo misterioso e impenetrabile da cui si attende la fumata bianca, mentre si congettura, e si ricama, sui lavori e sui rituali che ne sono l’intrigante preludio. 

Il film delinea sapientemente i contorni della clausura, per nulla refrattaria ai comfort e ai piaceri della buona tavola, e in una gradevole miscela di tradizione da stufa del ‘39 e modernità, con tanto di caffè in cialde e computer, pesca nel torbido delle congiure di palazzo del clero che a un Ralph Fiennes in stato di grazia, Thomas Lawrence, decano del collegio cardinalizio, spetta stanare e ostacolare.

Una Chiesa che diventa pertanto metafora del potere, specchio sincero e impietoso delle miserie, delle debolezze, delle vanità e delle colpe umane, e che suo malgrado avvalora la liceità del dubbio innanzi alle granitiche certezze dei dogmi.

L’occhio esterno, in un clima di profonda tensione che è tratto caratteristico del thriller, è quello di sorella Agnes (Isabella Rossellini), simbolo di un universo femminile solo all’apparenza estromesso dalle dinamiche vaticane. E non è un caso che i porporati ne reclamino qui il supporto, ne riconoscano i meriti.

Fuori, il mondo è in subbuglio, Roma è minacciata dalle bombe e dall’Islam, urgono strategie, a tutti gli effetti politiche, che pongano argini al dilagare della violenza. Urge, secondo la visione di un cardinale Goffredo Tedesco (Sergio Castellitto) che fuma sigarette elettroniche, reazionaria fermezza, il recupero della tradizione romana con la liturgia in latino. 

Di contro, il progressista Aldo Bellini (Stanley Tucci) auspica ulteriori passi in avanti della sua Chiesa globale e sembra disposto a lottare, senza esclusione di colpi, per contendersi la guida del Vaticano. 

Uno a uno, come nella celebre filastrocca di cui si è avvalsa Agatha Christie per i suoi piccoli indiani, cadono i pretendenti al sacro scranno papale. Quelle dell’africano Joshua Adeneya (Lucian Msamati) e dell’americano Joseph Trembley (John Lithgow) sono due cadute a tutti gli effetti rovinose. 

“Conclave”, sostenuto da un ritmo narrativo dinamico e inappuntabile, porge dunque allo spettatore una realtà, benché universalmente preclusa, assolutamente plausibile. Quando la macchina da presa si posa sui volti scava a piene mani nelle coscienze. Come nel caso del decano Lawrence votato alla causa dell’onestà e del rigore morale, eppure dilaniato da una profonda crisi di fede.

Quando invece ritrae dall’alto i porporati, a gruppi nel chiostro, ne effigia le divergenze e quella ingenua velleità, peraltro solo formale, di sembrare una cosa sola.

Nel concentrarsi sulla dimensione umana dei personaggi il film prende letteralmente il volo. Col peccato dietro l’angolo a squarciare il velo dell’ipocrisia e l’impossibilità per l’uomo di eluderlo.

Spiace piuttosto che al finale competa una superflua virata, oltreché forzata, in chiave woke, con l’elezione del cardinale sudamericano Vincent Benitez (Carlos Diehz) in istanza a Kabul e ordinato in pectore dal Papa in persona. 

Gli ingredienti del film, che già ragiona sul futuro della Chiesa e pone l’accento sulle dissonanze in ambito filosofico e teologico, erano quelli giusti per rendere la complessità della questione e al contempo fornire un significativo spaccato dell’umana realtà. Forse non serviva quel “troppo”, o inutile, che aderisse alle tendenze del momento. Non in termini cinematografici, s’intende. Non dopo aver perfettamente eluso la retorica fino a pochi minuti prima dei titoli di coda.

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