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Michele Spotti, Arena di Verona 2024 - EnneviFoto

Arena Opera Festival, Musica

Michele Spotti inaugura la stagione all’Arena di Verona con la Turandot firmata Franco Zeffirelli

Tempo di lettura: 3 minuti

Nell’anno dedicato alle celebrazioni pucciniane e al riconoscimento del canto lirico italiano come patrimonio immateriale dall’Unesco, è Michele Spotti ad inaugurare la 101a stagione lirica dell’Arena di Verona. Dall’8 al 29 giugno dirigerà la Turandot di Giacomo Puccini, con la regia e scene di Franzo Zeffirelli.

Maestro, è emozionato per il suo debutto all’Arena?

Sono moltissimo, ma sono anche tranquillo. È un debutto in Arena ma non con Turandot, che ho già diretto in passato all’Operà di Parigi. Aver ripreso la partitura dopo qualche mese è stato anche utile per lasciar sedimentare alcune certezze.

Cosa ci dobbiamo aspettare da questa Turandot?

È una Turandot dove punto molto all’interpretazione dei cantanti, con una direzione attenta a far emergere la parte belcantistica. Mi piace sempre lasciare lo spazio ai cantanti per potersi esprimere al meglio e farli sentire a proprio agio, mantenendo sempre quell’energia che emerge dalla partitura nei momenti decisivi. Anche per questo mi sono trovato subito molto bene con il maestro Roberto Gabbiani, che per me è una guida molto importante. È stato impressionante fare la prima prova musicale con il Coro: sul palco c’erano più di 160 persone da dirigere.

Come si gestiscono così tanti elementi insieme?

In realtà più sono gli strumenti e gli elementi in gioco e più ampie sono le possibilità che si possono esplorare, soprattutto in uno spazio meraviglioso come quello dell’Arena di Verona e soprattutto con una regia importante come quella di Zeffirelli. Questo range dinamico mi dà la possibilità di rendere plastica tutta l’opera.

Un omaggio a Puccini, nell’anno del centenario dalla morte. Cosa la colpisce di questo compositore e di quest’opera?

Di Puccini mi ha sempre stupito la genialità nell’orchestrazione. La partitura è un caleidoscopio di elementi e di sensazioni, che definisce con precisione il ruolo dell’interpretazione dei cantanti per farli esprimere al meglio.

Come si è confrontato con la regia di Zeffirelli? 

La regia la conoscevo, l’ho mangiata con gli occhi tutte le volte che l’ho guardata. Poterla riportare adesso all’Arena di Verona è il coronamento di un sogno. Seppur non ci possa essere un confronto diretto con chi l’ha creata, è chiaro che si tratta di una regia molto intelligente. Non ci sono problemi dal punto di vista musicale o geografico dei cantanti e l’interazione tra musica e regia è talmente ben congeniata che il lavoro del direttore è estremamente semplificato. 

Aveva mai sognato di aprire un debutto all’Arena?

Sognare non costa niente. Ho sempre puntato in alto e continuo a farlo anche adesso. Quando ho ricevuto la notizia che avrei aperto la stagione dell’Arena con la Turandot ero molto felice ma anche molto soddisfatto, senza voler sembrare arrogante. Sono arrivato a un punto importante della mia carriera, riesco a muovermi bene tra i repertori sinfonici e operistici, e questo mi permette di essere molto eterogeneo, approfondendo sempre il livello tecnico, ma lasciandomi anche il giusto spazio per aggiungere un qualcosa di mio nelle interpretazioni.

Con l’Orchestra dell’Arena vi eravate già esibiti a dicembre al Senato della Repubblica. È un complesso che conosce bene?

Assolutamente sì, Orchestra e Coro sono due compagini con il quale ho avuto già piacere di collaborare e con cui ci siamo trovati benissimo fin da subito. Lavorare in un clima dove c’è stima e accredito reciproco è sicuramente più affascinante.

Sempre a dicembre l’Unesco ha riconosciuto il canto lirico come patrimonio Unesco. Qual è stata la sua reazione?

Da parte mia c’è stata un’estrema gioia, soprattutto a livello personale. Credo sia un riconoscimento fondamentale perché colloca nella giusta importanza quello che facciamo nella vita di tutti i giorni. A maggior ragione vedere riconosciuta la complessità di professionalità che attornia all’opera.

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