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Film Grazia (2025) - Foto da Mymovies.it

Recensioni Film

Un viaggio immersivo nella memoria di Grazia Deledda

Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono molti modi per raccontare una vita, e Paola Columba sceglie quello della delicatezza, un tocco leggero che non coincide con la superficialità. La sua regia rende omaggio a Grazia Deledda restituendone morbidamente la grandezza, senza sottrarre nulla alla verità, senza attenuare i chiaroscuri di un’esistenza in cui l’unicità risiede soprattutto nella scrittura. Un talento che non sceglie il luogo in cui incarnarsi e che talora si annida proprio negli angoli più improbabili, persino più ostili.

Columba adotta un linguaggio cinematografico limpido, calibrando inquadrature e tempi per intercettare battiti ed emozioni, mai amplificandoli oltre la loro intensità reale. È un approccio che privilegia il naturale e lo spontaneo, evitando enfasi inutili. Il risultato è un ritratto che osserva la vita della Deledda con la sobrietà di una macchina da presa rispettosa, per nulla compiacente, ma che meno spettacolarizzante, sempre attenta piuttosto a cogliere l’essenziale.

Per raccontarne l’ascesa, il film ricostruisce con notevole cura visiva l’universo in cui la scrittrice trascorse la sua giovinezza. 

La Nuoro di fine Ottocento emerge allora come un set vivo e coerente, un luogo sospeso tra tradizione e chiusura, attraversato da pregiudizi, rituali e regole che si impongono come una costante forza d’attrito contro le aspirazioni artistiche di una ragazza spinta da una vocazione perentoria e irrinunciabile. La cornice storica non è semplice sfondo, ma vero dispositivo narrativo, quasi un personaggio che condiziona e forgia ogni gesto della protagonista.

La fotografia di Maurizio Abis, la scenografia di Cinzia Muscolino e i costumi di Paola Tosti contribuiscono in modo determinante alla resa complessiva del film. Abis modella la luce con finezza, trasformandola in un linguaggio autonomo capace di restituire l’intimità degli interni, la ruvidità della Sardegna ottocentesca e le sfumature emotive della protagonista. Le scenografie ricreano ambienti verosimili e vividi, non semplici ricostruzioni d’epoca, ma spazi narrativi che dialogano con i personaggi, incorniciandone desideri e contraddizioni. I costumi, infine, offrono una tessitura formale che racconta il tempo, il rango sociale, la trasformazione interiore.

Tutti questi elementi tecnici, orchestrati con coerenza, non funzionano come abbellimenti. Sono componenti essenziali del racconto cinematografico, parte della drammaturgia espressiva e concorrono.

A interpretare Grazia Deledda è Barbara Pitzianti, che offre una prova intensa e sorprendentemente misurata. Con uno stile privo di ampollosità, l’attrice rende appieno la determinazione della futura premio Nobel, mantenendo sempre in primo piano le sue fragilità, rimarcando al contempo il peso delle tragedie familiari, il giudizio della comunità, l’insicurezza di una giovinezza solitaria. Pitzianti lavora per sottrazione, lasciando che siano gli sguardi, i silenzi e le oscillazioni emotive a raccontare l’urgenza creativa che abita la protagonista. Il risultato è un ritratto cinematografico credibile, capace di restituire la forza interiore di una donna che ha saputo sfidare il proprio tempo.

Attorno alla protagonista si muove un cast di prim’ordine, in cui spiccano, tra gli altri, Giuseppe Boy, Giacomo Fadda, Donatella Finocchiaro, Enrico Inserra, Galatea Ranzi.

Uno dei punti di forza di “Grazia” è però anche la qualità dell’insieme. Giacché ogni interprete, persino nei ruoli secondari, contribuisce in modo decisivo alla costruzione di questo affresco di fine secolo. E ognuno porta con sé un tratto distintivo, una sfumatura caratteriale che trova una precisa collocazione nell’impianto narrativo e nel contesto sociale rievocato, conferendo alla storia una coralità ricca e convincente. 

Il personaggio del portalettere, interpretato da Fiorenzo Mattu, reca con sé una poesia discreta e sorprendente, che attraversa il film come una nota lirica fuori campo. Mattu gli conferisce una presenza lieve ma oltremodo incisiva, così che ogni sua apparizione sospenda il tempo, aggiunga una sfumatura di umanità.

È come se il film affidasse al gruppo il ruolo di un unico, polifonico comprimario capace di amplificare gli stati d’animo della protagonista.

“Grazia” non è un biopic tradizionale. È un vero e proprio viaggio immersivo nella memoria della protagonista, un percorso emotivo in cui affiora anche la sua voce interiore, guida discreta ma decisiva per l’ingresso nel suo mondo segreto.

Il film adotta scelte narrative che accompagnano lo spettatore nei meandri dell’animo umano, evitando ogni tentazione didascalica.

La regia rinuncia consapevolmente al filtro di fotogrammi eccessivamente costruiti, scegliendo invece una macchina da presa che osserva, segue, si avvicina senza imporre pose o artifici. È la vita a dettare il ritmo, non l’inquadratura. Il linguaggio filmico privilegia la spontaneità, lasciando emergere la verità dei gesti, dei silenzi, delle emozioni.

Il soggetto e la sceneggiatura firmati da Paola Columba e Fabio Segatori costituiscono l’ossatura solida e ragionata della pellicola. La scrittura procede con linearità e consapevolezza, ponendo le basi per un racconto che non si limita a restituire un profilo biografico, ma che trova la sua ragion d’essere in un tema più profondo: la caparbietà come atto creativo. Il film diventa così una dichiarazione d’intenti sul valore del lavoro, della perseveranza, dell’ostinazione necessaria per inseguire un sogno quando tutto sembra remare contro.

In questo senso “Grazia” assume un significato ancora più rilevante nel panorama attuale. In una società in cui ai giovani si rimprovera spesso una minor tenuta, una difficoltà a resistere alle frustrazioni, il film si offre come contro-narrazione. 

La determinazione si traduce allora in un atto di emancipazione. Mentre la scrittura diventa strumento inevitabile attraverso cui elevarsi oltre le cose, la contingenza, le misere derive del quotidiano.

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