Michele Mariotti a Pesaro è di casa. Dopo gli ultimi appuntamenti a Bolzano, Treno e Bologna, torna nella sua città natale in occasione della 45a edizione del Rossini Opera Festival, che quest’anno celebra anche la nomina di Pesaro a Capitale italiana della Cultura. Dal 9 al 20 agosto, Mariotti dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai nella nuova produzione dell’Ermione di Rossini, con la regia di Johannes Erath.
Com’è tornare a casa?
È sempre bello. Ho diretto tanti titoli importanti di Rossini negli anni, tra cui La donna del lago, Semiramide, Guillaume Tell alla Scala. Le sue tre opere a cui sono più legato. Quando la direzione artistica del Rossini Opera Festival mi chiese di tornare ho risposto che lo avrei fatto soltanto per Ermione. Ed eccomi qua.
Un ricordo a lei caro legato al ROF?
L’emozione più bella fu quando, nel 2010, salii per la prima volta sul podio del Festival. Mi sono ritrovato improvvisamente dentro il magnifico quadro che sino ad allora avevo sempre ammirato.
E con l’Orchestra della Rai che rapporto avete?
È un rapporto di grande intesa e fiducia. Lo scorso anno abbiamo eseguito insieme la Petite messe solennelle proprio qui a Pesaro e ora ci cimentiamo in questo capolavoro assoluto che è Ermione.
Quale valore ha aggiunto la nomina di Capitale Italiana della cultura al Festival e alla città?
Pesaro è stata una culla di tante eccellenze, nella cultura come nello sport. Il Festival nel corso degli anni ha reso ancor più internazionale questa città. Quest’anno ha riaperto un’altra sede storica della rassegna, il vecchio Palafestival, reinaugurato come PalaScavolini, che ha permesso di riconquistare lo spazio del centro storico. Pesaro è una città che è cambiata tanto, perché ha sempre voluto guardare avanti, e questa nomina è un riconoscimento meritato.
È al debutto con Ermione. Quale sfida rappresenta l’opera?
Ermione è una delle due composizioni di snodo di Rossini, insieme al Guillaume Tell. Con quest’ultima dimostra di saper utilizzare un nuovo linguaggio musicale, preromantico. Ermione è invece un’opera napoletana, che a suo tempo non ebbe successo per gli stessi motivi che poi ne determinarono la grandezza. È un’opera futurista, nel senso che rompe completamente gli schemi della struttura classica. È un’opera che vive di duetti, di melodie frastagliate, interrotte. Insomma, è unicum nel suo genere che ho sempre desiderato dirigere.
Qual è stata l’unicità di Rossini come compositore?
La sua non linearità compositiva. In Rossini non c’è parallelismo tra tempo e spazio, fra tempo e composizioni. Paragoniamolo, ad esempio, con Verdi. In quest’ultimo possiamo trovare un percorso continuo e costante di crescita, di maturazione. Ci sembra quasi impossibile che la mano che scrisse Un giorno di regno fu la stessa che scrisse Falstaff. In Rossini questo non succede, perché non ha mai cambiato il modo di scrivere tra il buffo e il serio. Motivo per cui in Sigismondo riconosciamo degli elementi o dei tratti presenti nelle sue opere più mature. O se accostiamo Ermione a Semiramide ci sembra di scorgere un ritorno nel passato, ma la seconda opera fu scritta quattro anni dopo.
Penso che ancora oggi, nonostante l’impegno del festival da 45 anni, Rossini sia un compositore non del tutto apprezzato. È considerato ancora un autore buffo, ma è stato un genio e queste opere lo dimostrano. Credo che Rossini, Verdi e Puccini siano veramente lo scheletro dell’opera italiana e ognuno è stato indispensabile per l’altro.





























