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Parthenope (Paolo Sorrentino) - foto di Gianni Fiorito via Studio PuntoeVirgola

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“Parthenope” di Paolo Sorrentino – Ti ci puoi solo consegnare, come ci si consegna alla vita

Tempo di lettura: 5 minuti

Presentato in anteprima a Cannes e dal 24 ottobre nelle sale italiane, “Parthenope” è l’ennesimo tassello di un percorso coerente, una monumentale operazione che assegna al cinema il precipuo compito di riflettere sulla vita chiamando in causa certo esistenzialismo nichilista e decadente. Mai lenendo il male di vivere, piuttosto aggravandone le argomentazioni e fornendo uno straordinario strumento di distacco: la bellezza. Quella, nel caso specifico di Parthenope, che si staglia dalle acque e quella, più in generale, di tutto il cinema di Paolo Sorrentino, che sull’antica dicotomia tra arte e vita ha costruito la sua poetica, legittimandone talora l’insensatezza, più spesso la raffinata ancorché crepuscolare eleganza.

E che cos’è, del resto, la vita se non l’affannosa ricerca del piacere, fosse unicamente quello dello sguardo, d’un istante che ingenuamente reclama eternità? 

“Parthenope” parte da qui: da un’illusione. Dentro a quel palcoscenico enorme che è la vita e in cui ci si perde dappertutto, secondo la lezione di Céline sulla quale si apre il sipario della pellicola di Sorrentino, è una fanciulla bellissima, interpretata da Celeste Dalla Porta, a incarnare proprio l’illusorietà della forma e tradire l’incapacità dell’uomo di fissarla, prima che il tempo vanifichi l’intera esistenza, annichilisca la residua volontà di viverla, demolisca finanche la sua più riuscita rappresentazione. 

Perché le premesse sono l’ennesima illusione che ci si possa dirigere verso quel preciso orizzonte ove sentirsi salvi, quando il destino ha già scritto la nostra storia e a noi pare sia dato solo viverla. Come una Parthenope che si consegna a quel che le accade, che non oppone resistenza, che tutt’al più “vede” delinearsi il mondo innanzi ai suoi occhi: bello e brutto insieme. Ora coi colori prodigiosi del mare ora con quelli tetri della miseria nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Ora nella felicità spensierata di un’estate a Capri ora nella morte che spezza l’incanto, che interrompe un tempo e ne comincia un altro. 

C’è il bello del gioco sottile della seduzione, cui non riesce a sottrarsi persino il fratello di Parthenope (Daniele Rienzo), e c’è il brutto della spettacolarizzazione del sesso che suggella legami criminali, che esclude i sentimenti, che diventa orrore.

Ci sono donne che passano, stilnovisticamente idealizzate, e uomini che le guardano in una sequenza che riporta alla Nouvelle Vague, e in particolare a Truffaut. Coi pensieri scomodi e scorretti che il regista napoletano non sacrifica sull’altare del femminismo woke.

Ci sono bevitori, ci sono ricchi, ci sono omosessuali, ci sono mostri, ci sono stolti. E ci sono genitori, ci sono figli, c’è tutto il mondo nell’infinita e indecifrabile declinazione della sua sfuggente essenza. Un mondo senza trama che ti scorre innanzi e del quale il cinema di Sorrentino è la più onesta e riuscita metafora. Come Parthenope è metafora di una Napoli della quale qui si decantano la bellezza e lo squallore insieme.

La sincerità disarmante alla quale si erano già votati, in strabilianti parentesi aperte e subito chiuse sull’interpretazione ambigua delle loro esistenze, Tony Pisapia, Jep Gambardella e Veronica Lario qui è di competenza dell’attrice Greta Cool (Luisa Ranieri). È, in una parola, l’elogio della sfumatura che demolisce la visione manichea e illusoria sul mondo, privandolo dei colori ai quali compete l’affresco attendibile.

L’unicum cui dà vita Sorrentino è talmente complesso da sembrare ingannevole. È grottesco, è informe. Non puoi scomporlo razionalmente, non puoi lasciarlo in balia di sovrastrutture mentali che non lo comprenderebbero. Ti ci devi consegnare, come Parthenope si consegna all’esistenza. Come fosse un viaggio da compiere coi sensi. Con la malinconia, lo stupore, la paura, la molestia che ti arrivano addosso e, seppure non ti guariscono, almeno ti tengono in vita.

E questa lunga carrellata sul mondo, che osserva le regole della pubblicità, risulta efficace proprio perché rimarca l’artificiosità della vita. Ovunque si posi lo sguardo della protagonista, ovunque si posi di conseguenza quelli dello spettatore tutto è posticcio, tutto può essere maledettamente bello e brutto senza il nostro intervento.

La poetica di Sorrentino molto ha del resto a vedere col caso, col destino, con la mano di un dio che muove ogni cosa. E forse è per questo che la tridimensionalità dei suoi personaggi passa in secondo piano rispetto al grande spettacolo del mondo. 

A Parthenope, sulla quale immancabilmente grava la vita, competono giusto piccole rivincite che hanno il gusto gradevolissimo delle risposte pronte, di poche domande e di lunghi inaccessibili silenzi. 

Parthenope è una creatura eterea alla quale siamo noi a dare consistenza nell’istante in cui lasciamo che ci attraversi. E Parthenope, al di là della vita che le frana addosso o che talvolta l’accarezza, è una donna che sembra essersi disunita mille volte e mille volte pare sia ridiventata intera. Tant’è che sui titoli di coda dell’esistenza, interpretata ora da Stefania Sandrelli, mentre si ripercorre il tempo breve della spensieratezza, si conservano le radici oggettivate dal mare, sullo sfondo: il poco che rimane quando tutto è andato, come previsto.

In mezzo, l’antropologia e l’insegnante Devoto Marotta (Silvio Orlando) che sa leggerle dentro. Per affinità, per comune sentire. Un’unica regola da rispettare: non giudicare.

In mezzo anche un amore mai davvero sbocciato e che era pelle, acqua, sole, sale, odore. Che era Sandrino (Dario Aita), che era l’ultima estate felice.

Da quelle acque di Posillipo ove nacque al 2023 del terzo scudetto del Napoli, la macchina da presa scorta l’esistenza di Parthenope che, per traslato, diventa quella di ciascuno di noi. E pure quella di un luogo, di un mondo, di un qualunque essere vivente che prima nasce e poi muore e tra l’una e l’altra cosa che fa? Sopravvive. Come può, come sa.

Parthenope si è portata addosso la morte, il senso di colpa, la solitudine, il dolore.

Ha del miracoloso la sopravvivenza, dopo il suicidio di un fratello, dopo un aborto. E ha del miracoloso in una terra di miracoli ove tutto sembra possibile, ove nulla stupisce, ove la normalità continuamente deraglia. E coi gioielli del tesoro di San Gennaro addosso Parthenope diventa addirittura altro. Allora accade l’impensabile. Accade che l’oscenità, nell’amplesso con il cardinal Tesorone (Beppe Lanzetta), tra ironia e amoralità, compia il vero miracolo. Lo sguardo del regista è come sempre dissacrante. Il cattolicesimo rimane una questione aperta su cui discorrere. Tesorone il personaggio più sorrentiniano di tutta la pellicola.

E in questa ennesima spettacolarizzazione del vivere a firma Sorrentino, nel pieno caos, nell’esagerazione che diventa stile, nella fotografia enfatica di Daria D’Antonio e sulle confacenti note di Lele Marchitelli, entrambi a confortare la bellezza dell’insieme, ogni presenza è provvista di una potenza narrativa strabiliante, sia che abiti qualche fotogramma, sia che le si riservi uno spazio più consistente. 

Penso ad Achille Lauro (Alfonso Santagata) al quale molto deve Parthenope, a partire da quella carrozza simbolo sì di opulenza, di eccentricità, ma pure forziere per sé. E per qualche sogno da sognare, stando fermi.

Penso, inoltre, a John Cheever (Gary Oldman) lo scrittore statunitense perso tra superalcolici e spleen: è lo sguardo al passato, quando ancora Parthenope può permettersi di guardare al futuro. E, malgrado ciò, c’è un punto di intersezione tra queste due anime che si parlano, che si riconoscono. Tra l’odore degli amori morti, con il proposito dell’uno di non rubare un solo secondo della giovinezza all’altra.

E penso ancora a Flora Malva (Isabella Ferrari): la decadenza che ha terrore di sé, la bellezza cui non si intende per nessuna ragione rinunciare, la solitudine, il peggiore dei mali.

E tutto il film è impregnato di quella illusione di spensieratezza che ti investe una volta e poi mai più, della copiosa malinconia che segue i pochi istanti di felicità, del tempo che passa e di noi che tentiamo di stare fermi in questa corsa verso il nulla che ci spetta. Nel nostro meraviglioso precipitare.

Ché si cammina a braccetto con l’orrore, senza saperlo. Ché siamo tutti trasandati e folcloristici. Come i napoletani. 

Ché tutto è praticamente un soffio. È il fumo di sigaretta dentro la pellicola, è la nociva inconsistenza della vita, che pure può piacere. E che comunque, nostro malgrado, accade. 

Come la vita che ti passa davanti. Come quel lento a tre sulle note di “Era già tutto previsto” di Cocciante che ha cambiato la rotta del destino e che è straziante e che però è lì, e lì rimane. Buono solo a essere ricordato.

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