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SCORTARE I PASSI

Tempo di lettura: 4 minuti

Due Oscar all’attivo per “Una separazione” (2012) e “Il cliente” (2017), entrambi insigniti del riconoscimento di miglior film straniero, e il plauso tributato in altri festival prestigiosi, Farhadi è ormai una garanzia nel panorama cinematografico internazionale.

Non sorprendono, infatti, il Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes 74 e la candidatura ai Golden Globe di questa pregevole pellicola che, con grazia inusitata, scandaglia i fondali dell’animo umano e parallelamente consegna al mondo uno spaccato sociale di questo Iran di provincia sospeso tra le rovine di un lontano passato e la tecnologia di un presente che, forse, corre troppo veloce.

Un capolavoro da non perdere

Interpretato da un impeccabile Amir Jadidi, il protagonista è Rahim Soltani: mite, educato, per certi versi ingenuo. Sconta la pena per insolvibilità nei confronti dell’ex cognato (Mohsen Tanabandeh) e in carcere dipinge, a metà tra il pittore e il calligrafo, partecipa a tutti i corsi di formazione e agli eventi culturali, si fa ben volere, guadagna qualche permesso.

Fuori il mondo di Rahim è semplice. C’è il figlio, ci sono la sorella e il cognato, e c’è Farkhondeh (Sahar Goldust), la donna che Rahim un giorno vorrebbe sposare. Semplice e d’una onestà e generosità toccanti quel mondo, se il passato non fosse sempre lì a commemorare il fallimento, se un debito contratto nel miraggio d’una vita migliore potesse essere saldato, se la società liberasse Rahim dalla morsa della detenzione che lo sottrae al lavoro, a un possibile guadagno.

Due giorni di permesso costituiscono l’occasione sulla quale Farhadi imbastisce la sceneggiatura complessa di un film che è tangibilmente una giostra di fatti e conseguenti contraccolpi emotivi. Farkhondeh trova una borsa con diciassette monete d’oro e la consegna a Rahim allo scopo di saldare parzialmente il debito e ottenere il ritiro della denuncia da parte del creditore. Un varco possibile nell’esistenza buia dell’uomo se non subentrassero il sentimento di colpa per essersi appropriato di denaro altrui e il desiderio di restituirlo al legittimo proprietario. Un gesto nobile, finanche eroico nella particolare circostanza. Un gesto degno, insomma, dell’attenzione della stampa, dei social, della struttura penitenziaria, dei familiari e dei vicini di casa, della comunità che premia chi si è correttamente astenuto dal commettere un reato.

E sono giorni di gloria per Rahim. Di gloria e redenzione: due astrazioni in una società che dichiara mediaticamente innocenti e colpevoli, che non si cura di ciò che è ma assegna oggettività a ciò che appare, che alla velocità di un clic santifica e demonizza.

Comincia dunque il teatro dell’assurdo dentro il quale il protagonista e chi è vicino vivono il senso più tragico del dramma. Il carattere precario dell’individuo, sottoposto alle regole del destino e parimenti a quelle della società entro la quale convulsamente è costretto a dimenarsi, il vuoto che si avverte e l’insensatezza del tutto sono i caratteri pecuniari dell’esistenzialismo in chiave farhadiana.

Da quando si scortano, coi campi lunghi e medi, i passi dal penitenziario alla leggendaria tomba di Serse, per il restauro della quale lavora il cognato, il regista iraniano omaggia lo spettatore di una ciondolante fabula specchio fedele della realtà aritmica con cui deve fare i conti il povero Rahim. È per lui che parteggia lo spettatore. E poco importa ch’egli sia persino costretto ad allestire la sua personale recita, ch’egli perda la pazienza o aggredisca qualcuno; il buco della serratura da cui si guarda quest’uomo è quello al di là del quale Farhadi ha volontariamente messo in tavola la storia che intendeva raccontare. Così che il punto di vista di chi spia coincida con quello del protagonista, al punto da avvertire il medesimo suo senso di smarrimento all’interno d’una centrifuga sociale, d’un gorgo feroce di persone che, per mero personale interesse, prima ti attirano, poi ti inghiottono.

A margine, non per questo meno essenziale nell’economia della vicenda, la sofferenza del figlio balbuziente di Rahim. Occhi tristi e una chiusura verso il mondo che crepa solo innanzi alla prospettiva di libertà del padre, quando guarda fisso lo spietato mezzo d’un dolore che fa audience e del quale ormai la gente si nutre.

C’è un limite a tutto però, non si può mai barattare la dignità: il colpo assestato sul finale da Farhadi, quando la circolarità del dramma, sociale e privato, si compie attraverso il rientro nel penitenziario e l’uscita di scena di Farkhondeh e del figlio di Rahim, portati via da un autobus nel bel mezzo di un’altra vita, di un’altra storia, di un altro gesto di solidarietà cui il protagonista, nonostante il proprio carico di dolore, non manca di destinare un sorriso affabile.

“Un eroe” è in definitiva un racconto morale che cavalca il prezzo della scelta e lo investiga declinandone le singole ricadute, inevitabilmente avvinghiate alla coscienza dell’individuo sì, ma più di tutto asservite alle regole del vivere sociale. Il pagamento del debito di Rahim assurge allora a metafora di assoluzione, tanto equa quanto impraticabile dentro le gabbie della realtà su cui aleggia il pregiudizievole e umano sospetto.

Scritto da

Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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