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GIUSI ARIMATEA CI PARLA DI “RIFKIN’S FESTIVAL” DI WOODY ALLEN

Tempo di lettura: 4 minuti

Fare film per Woody Allen pare sia necessario tanto quanto lo è per noi guardarli. E ciò basta per motivare, poco dopo la riapertura delle sale in Italia, l’apprezzamento di una pellicola che omaggia il cinema e di fatto non si cura di competere con i capolavori del passato. Ché “Rifkin’s Festival”, come bisbiglia la garbata locandina di Jordi Labanda, è una prova decorosa e gradevole del medesimo regista di “Io e Annie”, solo quarantaquattro anni dopo. Valida ragione per interrompere la catena malinconica di confronti con un Allen alquanto lontano, assaporando piuttosto la pellicola perfetta per disseppellire il cinema tout court e riversarvi tuttalpiù un amorevole, disteso sorriso. 

Mort Rifkin è un ex insegnante di cinema cui non difetta quella inclinazione alla critica che di primo acchito lo rende indisponente. Il physique du rôle di Wallace Shawn, che non brilla di certo per avvenenza, giova alla causa di Allen: un caratterista amplifica le indigeribilità del personaggio e lascia che l’anima screziata affiori gradualmente, quasi per caso, tra le pieghe di un risolino e le ombre di un’esistenza plausibile nell’universo concreto del regista newyorkese. 

La moglie Sue (Gina Gershon) è l’addetta stampa di un giovane e attraente del regista francese Philipp (Loui Garrel) ospite di uno dei più importanti festival cinematografici europei, quello di San Sebastián nei Paesi Baschi. Mort accompagna la consorte nella splendida comunità autonoma della Spagna per tenerla meglio d’occhio, ma lo scenario che gli si schiude innanzi legifera sul finale, educato se vogliamo, d’un matrimonio senza più ragion d’essere. 

“Rifkin’s Festival” non si arena tuttavia sull’abusato cliché del ménage à trois e, mentre incastra nella storia un personaggio (la dottoressa Jo Rojas, interpretata da Elena Anaya) che rasenterebbe la perfezione se non si trovasse parimenti invischiato nelle deformazioni del vivere, s’apre a una panoramica sulla vita di Mort, imperfetta, carente, mediocre. E dentro un packaging così inespressivo prendono naturalmente forma quelle nevrosi e fobie decadenti, mai roboanti dentro la cifra stilistica di Allen, che aggiustano il tiro sulla foggia introduttiva del protagonista e impunturano umanità, restituiscono spessore a un’anima traboccante di senile innocenza. 

Mort, dietro le sue pose da professore pedante, trasuda dunque fragilità, frustrazioni, irrisolutezze tali da renderlo un essere amabile e assolutamente vero. Di contro, l’antagonista che nel canovaccio di Allen seduce moglie, pubblico e addetti ai lavori, risulta a ben guardare il fiacco prototipo di una generazione che colma i vuoti di esperienza con i carichi di argomentazioni tanto pacifiche e funzionali all’uditorio quanto scontate e per molti versi banali. 

Sul binario parallelo alla vicenda umana, in un “Rifkin’s Festival” che apre le danze sulla seduta di psicoterapia del protagonista, procede ad alta velocità la meditazione sul cinema. E alle disquisizioni sulla Nouvelle vague, che diventano soliloqui tra un sorso e l’altro di vino rosso, si mischiano gli incantevoli sogni in bianco e nero di Mort, declinati nelle scene memorabili di classici del calibro di “Quarto potere” di Welles, “8 1/2” di Fellini, “Persona”, “Il posto delle fragole”, “Il settimo sigillo” di Bergam, “Fino all’ultimo respiro” di Godard, “L’angelo sterminatore” di Bunuel, “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel, “Un uomo, una donna” di Lelouch, “Jules e Jim” di Truffaut. 

E non solo non disturbano gli espedienti registici che adattano i capolavori alle immagini oniriche di Mort, ma persino riveriscono quel cinema col quale Woody Allen – lo sussurra attraverso il suo alter-ego – non azzarda a misurarsi. Che poi si fantastichi su possibili remake, come sulla pubblicazione di un grande romanzo o sulla conquista di una giovane donna, ciò non sottrae senso alla cortese umiltà verso il grande cinema del passato. 

Sbaglia pertanto l’approccio – a mio avviso – chi si accosta all’ultima fatica di Allen volendo necessariamente rapportarla alla filmografia che gli è valsa quattro Oscar e un Leone d’oro alla carriera. Allo stesso modo si commette un grave errore scalfendo la levatura artistica del regista Allen sulla scorta delle inchieste che hanno riguardato l’uomo, misero come lo si ritrae nell’ordinaria follia del quotidiano. 

La verità è che, nell’attuale mare magnum di produzioni cinematografiche, lo spettatore si lascia molto spesso orientare dalla critica e all’appuntamento con il grande schermo, ove si universalizzano del resto molti degli umani sentimenti, si presenta pretenzioso e severo. Tutto ciò per dire che se “Rifkin’s Festival” non fosse stato di Woody Allen probabilmente ci si sarebbe astenuti dal giudicarlo con troppa inflessibilità. È del resto un film oltremodo perbene e sincero. Sono 92 minuti piacevoli dentro l’elegante cornice della fotografia di Vittorio Storaro e le musiche briose di Stephane Wrembel. Il cast è eccellente, con Shawn che pure batte di misura i comprimari. La scrittura ossequia, come di consueto, la musa dell’ironia. A tratti, nell’assenza di senso e nell’insufficienza di risposte agli usuali interrogativi dell’uomo, aleggia un umorismo dolce-amaro che ispira ponderazioni sulla complessa arte del vivere. Nessuna rinuncia però. E nell’aria senti a tutte le ore quel profumo di rinascita che effondono l’amore, i sogni, il grande cinema. 

Scritto da

Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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