Prendendo spunto dal secondo lavoro dei fratelli Danny e Michael Philippou, Bring Her Back, che si muove con decisione nel solco dell’horror contemporaneo, emerge l’occasione per interrogarsi su un genere che non smette di reinventarsi, di cercare una propria identità, una fisionomia definita, tentando l’ardua impresa di affrancarsi da un’eredità cinematografica tanto gloriosa quanto ingombrante, nonché capace di determinare norme stilistiche e narrative quasi vincolanti.
Ogni regista contemporaneo che si confronta con il genere horror deve fare i conti con l’ombra dei maestri, bilanciando rispetto per la tradizione e desiderio di innovazione, senza cadere nell’imitazione o nel cliché. È tensione costante, dunque, tra continuità e rottura. È il sentiero obbligato, e al tempo stesso più rischioso, dei registi che esplorano l’horror contemporaneo.
I gemelli Philippou, già noti per il loro debutto irriverente e disturbante, confermano in tal caso una regia dal ritmo serrato e dall’uso consapevole della suspense. Nella pellicola si alternano momenti di crudezza visiva a sospensioni ineffabili. E l’orrore non è mai puro esercizio di stile, piuttosto lente deformante che altera le proporzioni delle fratture emotive dei personaggi, trasformando il dolore, nella fattispecie il lutto, in tessuto narrativo fertile.
Questo approccio si inserisce in una tendenza relativamente recente del cinema horror internazionale: quella di alimentare la paura attraverso un substrato psicologico solido e credibile. Non è più soltanto questione di shock momentaneo, ma di sedimentazione psichica: l’inquietudine permane, si insinua nei dettagli apparentemente innocui, si radica nel profondo.
Il film, pur ancorato a schemi narrativi tradizionali — la perdita e il tentativo disperato di opporvisi — trova una cifra personale nell’attraente dissidio tra apparenza e intuizione, sostenendosi su un’estetica viscerale che respinge il patinato e accoglie la crudezza dell’imperfezione. È del resto in questa imperfezione che l’horror oggi trova un rifugio autentico e confortevole, al riparo dal confronto con il passato.
Bring Her Back si configura pertanto, e seppure con discrezione, come un indicatore inequivocabile del continuo processo di metamorfosi del genere horror, che si distacca dalle formule prevedibili, dai dictat e dagli schemi convenzionali del genere.
Pregevoli le scelte stilistiche volte a una accurata composizione dell’immagine, esaltata da una fotografia elegante e misurata; convincente il contributo del cast, che offre interpretazioni credibili e coerenti con l’atmosfera del racconto.
Il ritmo, pur senza particolari slanci nella prima metà, acquista vigore nella seconda parte, sostenendo con efficacia la tensione narrativa.
La scelta di una protagonista ipovedente, Interpretata da una Sora Wong impeccabile, unita all’uso sapiente delle soggettive — cifra stilistica cara al cinema di Dario Argento — permette alla regia di costruire una percezione della realtà intenzionalmente ambigua, offuscata, distorta. Così da valorizzare appieno la dimensione perturbante della storia.
Il rituale per riportare in vita una defunta, pur inscrivendosi nei confini del body horror, affonda le sue radici nel dramma intimo di una madre, la cui ferocia è restituita con straordinaria maestria da Sally Hawkins. Nel suo personaggio si condensano le molteplici e complesse sfumature dell’animo umano di fronte al dolore, dando al film una profondità emotiva che travalica il genere.
Le sequenze più crude e disturbanti appaiono, d’altro canto, quasi obbligate; emblematica quella in cui schizzano via i denti del piccolo Ollie (Jonah Wren Phillips) che si avventa famelicamente sul legno.
È l’estetica che il genere sembra oggi richiedere, è un espediente con cui certo cinema colma, a mio avviso, la carenza di vere atmosfere di terrore, capaci di atterrire anche in assenza di sangue.
Ci si chiede piuttosto se quell’efficacia fosse frutto della grana della pellicola, di una diversa predisposizione dello spettatore, di un uso sapiente della fotografia o della grazia e della sofisticazione della partitura sonora, vero motore emotivo del film.
Certo è che, di fronte ai capolavori del genere, senza indulgere in nostalgie sterili, il confronto resta inevitabile.
I maestri dell’horror, spesso con mezzi limitati, riuscivano a spaventare nel senso più genuino del termine. Non si trattava di un semplice equivalente delle unghie sulla lavagna, oggi trasposte nelle sequenze splatter, ma di qualcosa capace di scuoterti dentro, di restarti appiccicata addosso ben oltre i titoli di coda.
Certo, tra i registi contemporanei che si misurano con l’horror, qualcuno ha compiuto un lodevole salto di qualità: penso, in particolare, a Julia Ducournau e Robert Eggers. Si tratta però di rinnovamenti episodici, di eccellenze individuali — come nel caso dei fratelli Philippou — che non bastano a delineare un canone vero e proprio.
Anni fa avevo riposto grandi speranze nel talento di Pascal Laugier e nella sua capacità di rinnovare il genere restando nel solco della tradizione che ne ha fatto, un tempo, una forma cinematografica di tutto rispetto. Ma Laugier sembra essersi eclissato e, sempre più spesso, il cinema che dovrebbe esplorare l’oscurità dell’animo umano, della paura e dell’inquietudine, non lascia traccia, non suscita il disagio promesso. E, nei casi peggiori, induce persino una involontaria e amara risata.





























