Non attendo che lo scombussolamento emotivo si plachi, né che una voce si perda nel brusio delle altre, fino a dissolversi. Per una volta, al di là delle pur necessarie considerazioni tecniche, desidero soffermarmi sui riverberi interiori di un film capace di devastare, di lasciare tracce profonde ben oltre la visione.
E neppure intendo scivolare sul piano vischioso dell’etica, interrogandomi sulla liceità di una voce autentica che ti scaraventa nel baratro del terribile, nell’impotenza più nuda, e che, se mai ve ne fosse ancora bisogno, ribadisce l’orrore.
Alla pornografia quotidiana del dolore siamo ormai assuefatti. Guai, dunque, a scandalizzarci ipocritamente di una verità in più da ascoltare.
La voce di Hind Rajab è un pugno allo stomaco necessario e, in quanto tale, relega in secondo piano il giudizio puramente tecnico sull’opera cinematografica.
Sprechiamo un tempo infinito a dissezionare l’arte, a esaminarla secondo parametri di forma e contenuto. Ma l’arte, prima di tutto, non è forse un riflesso negli occhi e nei sensi, un colpo inferto alla coscienza? Non è uno sguardo ulteriore da posare sul mondo, una domanda che ossessiona, uno strappo, un grido che ci costringe a sentire?
Il film ruota attorno alla vicenda reale di Hind Rajab, bambina palestinese di sei anni, unica sopravvissuta per ore in un’automobile colpita dai carri armati israeliani a Gaza, lo scorso gennaio.
Nell’abitacolo dell’auto, i cadaveri dei familiari. Fuori gli spari. E Hind resta viva, con un telefono ancora acceso per chiedere aiuto.
Le registrazioni sono quelle reali e restituiscono gli strazianti dialoghi tra la bambina e gli operatori della Mezzaluna Rossa palestinese, la società nazionale per i servizi sanitari e umanitari in Palestina.
Sono ore concitate, terribili, durante le quali la speranza rimane impigliata nelle maglie di una burocrazia che tarda il soccorso.
La regia di Kaouther Ben Hania punta tutto sulla voce di Hind. I movimenti della macchina da presa scontano la concitazione del movimento. Il disturbo che ne deriva amplifica il senso di frustrazione innanzi all’inspiegabile.
Intanto la verità attraversa lo schermo senza la necessità d’essere mostrata. Con gli occhi abbiamo già visto del resto. Ora occorre soltanto sentire. E ciò che udiamo ci basta. Ci dà la piena misura dell’insostenibilità.
Sono per lo più primi piani a catturare sguardi disperati, privi di ogni artificio. Il cast sembra aver rinunciato consapevolmente alle pose cinematografiche, prediligendo invece una recitazione asciutta, quasi televisiva, che sfiora il linguaggio del documentario. Ne nasce un realismo crudo, a tratti disarmante. Si sacrifica la costruzione estetica in nome di una verità emotiva più immediata.
Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel sembrano di fatto non interpretare, ma vivere davvero ciò che accade. Nella fredda geometria del reale, ogni emozione appare autentica, restituita allo spettatore senza filtri né artifici, con una partecipazione sincera e mai compiaciuta. A questa pellicola va pertanto riconosciuta una rara genuinità, capace di spazzare via ogni possibile riserva critica. C’è dolore, mai patetismo. C’è verità, mai compiacimento. Il dolore, in una parola, accade.
Dopo la visione, Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Alfonso Cuarón, Rooney Mara e Jonathan Glazer hanno scelto di sostenere questo film diventandone produttori esecutivi. Una decisione che nasce dal riconoscimento del suo valore etico e politico.
La voce di Hind Rajab è, infatti, un atto di responsabilità civile. E ricorda che il cinema, quando è autentico, non può essere neutrale. Che ogni inquadratura, ogni scelta stilistica diventano un gesto di consapevolezza, un richiamo al dovere dei nostri occhi.
L’accoglienza riservata al film alla Mostra del Cinema di Venezia conferma quanto oggi sia urgente tornare a raccontare la realtà, a scuotere le coscienze attraverso le immagini. In un panorama spesso dominato da estetismi e fughe nell’evasione, quest’opera restituisce al cinema la sua funzione primaria: quella di testimoniare, di interrogare, di non permettere che lo sguardo si distolga.
E poi arriva quella carrellata finale sull’automobile, rimossa per tutta la durata del film, che irrompe come un colpo al cuore. È dolore che si somma al dolore, memoria che si fa corpo. Immagini che non implorano compassione, ma esigono responsabilità. È la consapevolezza, amara e ineludibile, di un fallimento collettivo. Perché quando una bambina chiede aiuto e nessuno riesce a salvarla è il mondo intero a fallire. Ed è lì che il cinema smette di essere finzione e diventa specchio, memoria, atto d’accusa. Così che nel riflesso di una tragedia si possa almeno riconoscere la misura della nostra sconfitta.





























