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ESODO, IL TEMPO PASSATO CHE È IL NOSTRO TEMPO PRESENTE

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Un caffè insieme, ma a distanza. In un tempo dal sapore più postmoderno che contemporaneo, anche le chiacchierate si fanno in digitale, in attesa di recuperare la bellezza del tempo presente. Sì, perché più che un’intervista quella con Simone Cristicchi è stata una piacevole chiacchierata, un racconto colmo di emozioni e di speranza per il futuro.

Simone Cristicchi è un artista poliedrico, appassionato di fumetti sin da bambino ha calcato i palcoscenici più importanti d’Italia come musicista e come attore teatrale. Ha vinto il Festival di Sanremo nel 2007 con “Ti Regalerò una Rosa”, canzone profonda e specchio della profondità d’animo di Simone.

Stai per tornare in scena con “Esodo”, spettacolo che racconta di una delle pagine più tristi della nostra storia, purtroppo troppo spesso dimenticata. Cosa provi, quando vai in scena, nel rivivere e nel far rivivere – attraverso la tua musica ed i racconti – le foibe e l’esodo Istriano?

«L’emozione che provo ogni volta è quella di mettere in scena uno spettacolo divulgativo, didattico. Esodo va a riempire un vuoto di conoscenza nella maggior parte degli spettatori. Dentro me allo stesso tempo c’è un senso di giustizia, di fare giustizia raccontando questa storia. A fine spettacolo si esce dopo con una empatia e con una consapevolezza maggiore di questa grande tragedia.

In Esodo si parla di settant’anni fa, ma esiste un parallelismo con il presente, in cui tanti grandi esodi stanno ancora avvenendo. Al di là della questione politica c’è l’aspetto umano di chi è costretto a sradicarsi dalla propria terra. Parlare di questo argomento, andare a fondo a quell’emozione e a quel sentimento di essere senza più una patria è anche un modo di porre l’accento su queste tragedie». 

Teatro e musica possono contribuire, attraverso la memoria, a ricucire – in parte – le ferite del nostro passato?

«Credo di sì nel momento in cui si è coerenti con la storia che si racconta, quando si va nei dettagli. Noi vediamo queste grandi masse che arrivano, ma non guardiamo l’aspetto umano, le tante storie che ci sono dietro. Storie di donne, di uomini, di bambini. La drammaturgia dello spettacolo si basa proprio sulle tante piccole storie che poi insieme, come in un puzzle, compongono la più grande storia della tragedia delle foibe». 

Ad una strabiliante carriera musicale si aggiunge l’impegno per il teatro. Oltre alla tournée con Esodo sei infatti Direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo. Com’è andare in scena durante questo tempo difficile?

«La sensazione è veramente estraniante. Ribaltando il punto di vista, da artista, vedere nei teatri il pubblico con le mascherine, distanziati, è una scena quasi inquietante che, però, allo stesso tempo ti dice che c’è voglia di esserci. Un atto d’amore nei confronti dell’arte e dello spettacolo. Io sono speranzoso che si possa tornare alla normalità, ma soprattutto che finalmente il teatro e tutte le altre forme di spettacolo e di cultura siano prese in seria considerazione per trovare soluzioni efficaci, anche se in questi mesi ho avuto purtroppo la sensazione contraria. Questo mondo non deve essere il fanalino di coda, non una cosa secondaria: l’arte è nutrimento per la nostra anima, e non dimentichiamoci che l’anima va nutrita proprio come si nutre il nostro corpo. Una società che non valorizza il nutrimento delle anime è destinata a depauperarsi in brevissimo tempo».

Un nutrimento dell’anima che, c’è da dire, diventa anche nutrimento per il corpo, pensando alle decine di migliaia di lavoratori dello spettacolo che, con le loro famiglie, stanno vivendo una crisi più nera del nero Buio pesto.

«Dietro ai miei spettacoli c’è una vera e propria macchina che dà lavoro e speranza, oltre a me, ad almeno una decina di famiglie. A marzo non è stato solo Cristicchi a fermarsi, ma si è fermata l’intera macchina, insieme a tutti quelli che erano a bordo con me. Ci penso, e ci ho pensato, giorno e notte. È stata una cosa terribile. Io in media faccio ogni anno tra le novanta e le centoventi repliche, e quando ti fermi per quattro o cinque mesi è lavoro che non recupererai più. E così, anche questo inverno rischieremo, se la situazione non migliora, di avere un buco enorme. Non per quanto riguarda me, ma penso sempre all’indotto ed a chi insieme a me condivide questo percorso lavorativo. Cerchiamo di stringere i denti, aspettando tempi migliori, ma quanto potrà durare? Non vedo una grande volontà di risolvere il problema. Come dicevo prima, il cosiddetto nutrimento dell’anima – che in realtà genera occupazione e lavoro – non è considerato come si dovrebbe, e non vedo grande volontà di cambiare, anche se lo spero tanto».

Com’è cambiato lo spettacolo dal vivo e la narrazione musicale, alla luce di questa distanza siderale imposta dalla pandemia?

«Ti faccio un esempio. In Esodo, ad un certo punto dello spettacolo, faccio cantare anche il pubblico. È bellissima l’emozione, l’atmosfera che si crea: si sentono queste voci ovattate dalle mascherine, e nonostante questa barriera, brutta ma indispensabile, è un modo di gridare al mondo quanto siamo resilienti. Un modo per dire che questa terribile esperienza non ci ferma, che l’arte unisce e ci può unire ancora di più. Mi è mancato il contatto con il pubblico, con le persone. Per me è indispensabile. Non si può sostituire lo spettacolo dal vivo con qualcosa di virtuale, non ha senso. Toglie la magia del momento presente, il pathos su cui si basa l’arte del teatro. È impossibile riprodurre questa dimensione così umana in maniera tecnologica. Quindi ok, andiamo in scena con meno spettatori, ma l’importante è che ci siamo, presenti, uniti».

Come ha influito il lockdown sul Simone “cantante” e come sul Simone “autore”? Come racconteresti, oggi, il tempo presente?

«Lo racconterei con una poesia. A marzo ne ho scritto una, si intitola “Il Primo Giorno del Nuovo Mondo”. Mi sono lasciato ispirare dal dramma che tutti stavamo vivendo, e che viviamo ancora oggi. Ho scritto questi versi immaginando il momento esatto in cui torneremo alla nostra vita quotidiana, spero rinnovati nello spirito, e con uno sguardo diverso sul mondo. È il mio piccolo contributo, un pensiero di speranza nel futuro che ci attende. Vedi, molti ad esempio non vedevano l’ora che finisse il lockdown per tornare a quello che definisco il proprio “inferno personale”. Questa cosa mi ha fatto riflettere molto, perché l’ho paragonato a molti altri che invece hanno sfruttato questo tempo sospeso per riflettere sulla propria vita, sulle cose che sono veramente più importanti per ognuno. Voglio essere ottimista, io credo che il 50% ne sia uscito migliore e spero che almeno madre natura possa essere diventata clemente, una maestra di vita per quelle persone che hanno ancora la forza ed il coraggio di rimettersi in gioco, di riflettere, di capire che è veramente tutto labile, tutto fragile, che dobbiamo avere più cura di noi stessi, dei nostri cari, delle persone che ci vogliono bene e del pianeta che ci ospita. Il vero cambiamento deve avvenire nella nostra modalità di vivere».

Ci salutiamo, e lo ringrazio di cuore per questa bellissima chiacchierata, colma di umanità e di speranza. Ed a voi, lettori di Notizie di Spettacolo, vi prego di fare un salto sul Blog di Simone, e di leggere la sua bellissima poesia che vi lascerà senza parole.

Per saperne di più sui prossimi spettacoli di Simone:

http://www.corvinoproduzioni.it/spettacoli/90/

Silvio Cacciatore
Lavoro nel campo della comunicazione e mi occupo di teatro come regista e attore e di radio come speaker e conduttore. Ho scritto e scrivo su numerose testate.

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