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Foto di Antonio Parrinello

Recensioni teatro, Teatro

Realtà virtuale addomesticata per “Una fuga in Egitto”

Tempo di lettura: 6 minuti

Di Lina Prosa, Tino Caspanello, Turi Zinna

Lo sguardo, ora che molte certezze sono definitivamente crollate, va rivolto al futuro. L’umanità, volente o nolente, prosegue il suo cammino su un sentiero irto di elementi estranei con i quali è costretto a interagire. Sono elementi che dapprima attraggono, poi assuefanno, infine fagocitano. Il concetto di realtà muta al loro approssimarsi all’uomo.

Non sapremmo più dire dove finisca il reale cui credevamo d’essere stati destinati alla nascita e dove cominci la realtà virtuale, pura e oscura astrazione. Sarebbe pretensioso resisterle, come, e ancor più, aderirvi passivamente. Così che a questo svelto processo di trasformazione, nelle acque agitate del quale già nuotiamo, occorra ripensare in fretta al ruolo dell’individuo all’interno della società.

Ci siamo addormentati minuscoli per effetto della moltitudine prima che tutto acquisisse i contorni della distopia fino ad allora solo presagita. Ci siamo svegliati monadi, però né completi né indistruttibili come ci aveva pensati Leibniz.

Siamo dunque parziali, fallibili, frangibili. Ci guardiamo attorno e non troviamo punti di riferimento.

Dov’è e cos’è lo spazio? Dov’è e cos’è il tempo?

A questa e a molte altre domande, nel tentativo lucido e al contempo disperato di partecipare a un gioco al puro scopo di cambiarne le regole, risponde il teatro, dimora per eccellenza di un tempo esatto e irripetibile, di corpi che reclamano spazio, di parole, di poesia.

La drammaturgia è del resto legata allo spazio di rappresentazione. La scrittura scenica stessa è legata all’edificio teatrale. Come prescindere, oggi, dagli spazi virtuali dentro cui più o meno maldestramente ci muoviamo?

Autore, attore, regista catanese, Turi Zinna ha sempre esplorato le terre di confine: quelle ove insomma convivono teatro, arte, performance, strumenti tecnologici.

“Una fuga in Egitto. Rotta virtuale per l’esilio” è l’ulteriore indagine sulle trame di un mondo che esige duttilità e occhi sempre nuovi per scorgere occasioni laddove qualcuno individuerebbe solo corto circuiti, contrarietà.

L’indagine di Turi Zinna parte dal dipinto di Giambattista Tiepolo, esponente della grande pittura veneta che capitalizza i grandi gesti dei personaggi dentro a un apparato drammatico di tipo teatrale. La sua fuga in Egitto raffigura la Sacra Famiglia a bordo di una barca governata da due arcangeli, uno bianco e uno nero.

L’episodio biblico, filtrato dall’iconografia del pittore veneziano e dalla complessa visione del quadro dello scrittore portoghese Mário Cláudio tradotta in sette monologhi, assurge allora a metafora di una qualunque fuga dell’essere umano: da sé, dall’altro, dal mondo, dalla medesima realtà virtuale alla quale qui si ricorre per assecondare il tempo, per scorgere uno spazio senza limiti. La certezza un’incognita, il mare per sua natura inaffidabile.

Foto di Antonio Parrinello

L’arte a concepire nuove domande

Nel magnifico scenario di via Del Principe a Catania “Una fuga in Egitto” approda dopo un lungo percorso di gestazione che parte della committenza, durante la pandemia, dell’ex direttrice artistica dello Stabile di Catania Laura Sicignano e dalla collaborazione con i due drammaturghi siciliani Lina Prosa e Tino Caspanello

Erano tempi di profonda incertezza. Nessuno poteva ritenersi incolume. Tutti coinvolti. La salvezza si spostava ogni giorno di qualche metro più in là.

L’arte, seppure non fornisce risposte, possiede la prerogativa di concepire nuove domande. Ed è evidentemente da lì che si deve passare quanto meno per accarezzare l’illusione di comprendere la realtà.

Il progetto drammaturgico, il montaggio e la regia sono di Turi Zinna; regista assistente è Federico Magnano San Lio; DOP Antonio Parrinello; i costumi sono di Vincenzo la Mendola; le musiche originali e il suono di Giancarlo Trimarchi; Produzione Retablo Dreamaturgy Zone; Circuitazione LATITUDINI 2022.

L’esperimento di Turi Zinna, tra gli stessi fondatori della compagnia Retablo, include l’utilizzo dei visori e sarebbe un approccio rassegnato alla realtà virtuale se non si forzasse la mano sulla natura stessa dello strumento per addomesticarlo, per adeguarlo alle necessità del teatro, quindi dell’uomo.

Ci si immerge allora, non senza attraversare lo spaesamento, nella realtà a tre dimensioni che tuttavia trascende proprio i concetti di spazio e tempo che rassicuravano la nostra permanenza nel mondo. Saltano in aria gli schemi, le pratiche usuali. Ci si ritrova altrove e, nel bailamme delle immagini digitalizzate e dei suoni elettronici, si prende atto del cambiamento.

Lì, esattamente lì dove le tecniche d’avanguardia rischiano di azzerare il passato e annientare una volta di più la poesia, per fortuna sanno ancora insinuarsi le parole.

Lina Prosa ha assegnato a Maria un linguaggio modernissimo e al contempo impetuoso, irruente come si confà al gergo giovanile. La scrittura di Tino Caspanello ha puntato lo sguardo sulla complessità di Giuseppe, sulle luci e sulle ombre che si annidano nell’animo umano, adottando il registro stilistico più confacente. Turi Zinna ha fatto sì che i due arcangeli si muovessero su un ring, plausibile, di parole atte a rimarcare i contrari.

Foto di Antonio Parrinello

Oltrepassare i limiti

Dentro al templum che congegna la finzione, che produce lo show, una qualunque Maria non lesina sdegno nei confronti della scatola preconfezionata, dagli intuibili scenari apocalittici, dalla quale è stata sputata via, e partorisce una propria idea di rivoluzione. È opportuno autodeterminarsi, finanche autofecondarsi; è necessario abbattere il potere patriarcale, il conformismo della società.

Ad assecondare Maria è Giuseppe, sono gli arcangeli, ma siamo tutti noi che teniamo a portata di mano una valigia e che per sopravvivere abbiamo bisogno di progettare sempre nuove fughe. E no, non è follia. È lungimiranza, semmai. È dire no una volta di più. È esistere a dispetto dell’account. È esistere persino fuori dalla realtà.

Foto di Antonio Parrinello

È come se a Maria, spazzata via la storia, fosse assegnato il compito di hackerare il sistema della realtà. Un compito che la donna condivide con Turi Zinna, la cui sensibilità artistica permette di oltrepassare i limiti della tecnologia foriera di solitudine e di approdare sulle sponde di una nuova collettività, meno esposta, meno manipolabile.

Due mondi si accavallano

Ci si sposta intanto da uno scenario all’altro. Appena qualche intermezzo, e comunque manovrato, di realtà. Si è lì, in Via Del Principe, e si è anche altrove: nel degrado d’una periferia, nell’eremo naturale della montagna, tra le acque, nell’intimità domestica, per le strade. Ovunque abbia posato lo sguardo il regista è lo spettatore dietro il suo Oculus.

Un’assunzione di responsabilità, nella rinuncia all’interattività, per nulla trascurabile dietro la macchina da presa a sei sensori. Va quindi ridefinito il linguaggio, va deciso a tavolino dove condurre lo spettatore e in che modo. Se indossi il visore ti abbandoni all’altrui volontà, smetti di giocare o quanto meno di condurre il tuo gioco.

Attori in video 360° stereoscopico sono Barbara Giordano, Marcello Montalto, Chiaraluce Fiorito, Giovanni Arezzo, Valentina Ferrante. In scena Valentina Ferrante e Turi Zinna.

Tutti si muovono davanti allo spettatore, in uno sfasamento temporale che si perde nello spazio di rappresentazione reale. A dispetto dell’Oculus si predilige una modalità mista che assiste con garbo la realtà aumentata dentro la quale ci troviamo da lungo tempo.

Foto di Giusi Arimatea

Entrano allora in gioco la memoria, la manipolazione della memoria, le percezioni sensoriali e la coscienza. E sono magiche vibrazioni ancestrali sollecitate nientemeno che dalla tecnologia più evoluta. Non si sarebbe scorto il gap tra i due mondi se questi non si fossero accavallati.

In scena, nel bianco e nero innaturale generato dai sensori a infrarossi, anche Elisabetta, la cugina di Maria. È una attivista femminista, incinta del proprio pensiero rivoluzionario, mai madre. Tutto oltremodo contraddittorio, persino la sua presenza in sala.

Come contraddittorio è il mezzo, il modo, il mondo. Contraddittorio è l’uomo che ora resiste ora si arrende. Contradditorio è il teatro. Ed è anche mutevole, variegato. Né più né meno che la realtà.

Questa fuga in Egitto apre allora scenari inediti e lascia presagire quel cambiamento al quale non possiamo e non vogliamo, secondo la lezione di Turi Zinna, opporci.

Potremmo lasciarci travolgere, ma significherebbe arrenderci. Reinventiamo piuttosto la realtà, reinventiamola una volta di più. Reinventiamola anche mentre ci apprestiamo alla fuga. Perché, quando tutto passa, quando noi passiamo, l’impronta che lasciamo nel mondo rimane. Ed è la nostra piccola grande rivoluzione.

Finita la Fuga comincia Ballata

12 date in 4 settimane a “Trame di quartiere”, a San Berillo, a 21 anni dal debutto e 8 dall’ultima replica.
Dal 23 giugno al 16 luglio | tutti i giovedì, venerdì e sabato.
Ore 21:00 | Palazzo De Gaetani, Via delle Finanze 35 – Catania (Sede Trame di Quartiere).
Per info e prenotazioni: 3272678002 (solo tramite messaggi WhatsApp).
Produzione Retablo #dreamaturgyzone

Scritto da

Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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