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Una riflessione su “Oppenheimer” di Christopher Nolan

“Tre ore di pellicola, con segmenti in bianco e nero che scortano il passaggio dalla neutralità di giudizio al punto di vista soggettivo, alimentano dunque il dibattito storico, costringono a ragionare sulla realtà alla luce del passato e degli individui che, più o meno consapevolmente, ne hanno decretato le sorti”.

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“Oppenheimer” si colloca a buon diritto tra i dieci film con classificazione R che hanno registrato il maggior incasso di tutti i tempi. Ed è un film sul quale occorre ragionare, anche in virtù delle implicazioni etiche, storiche, politiche che comporta l’esplorazione, registicamente guidata da Christopher Nolan, del mondo che si appresta ad affermare il proprio potere con la costruzione prima e lo sgancio poi della bomba atomica. Battendo sul tempo gli avversari, sperimentando la peggiore arma di distruzione di massa, inaugurando l’arsenale globale di armi nucleari, annientando Hiroshima e Nagasaki, vittime sacrificali della più feroce azione dimostrativa della storia, rendendo scriteriatamente il pianeta un’immensa polveriera pronta a esplodere.

Tre ore di pellicola, con segmenti in bianco e nero che scortano il passaggio dalla neutralità di giudizio al punto di vista soggettivo, alimentano dunque il dibattito storico, costringono a ragionare sulla realtà alla luce del passato e degli individui che, più o meno consapevolmente, ne hanno decretato le sorti.

Il biopic di Nolan, benché si concentri su una singola esistenza, quella appunto del fisico teorico statunitense Julius Robert Oppenheimer, chiama in causa tutti i protagonisti del tempo in cui il programma di ricerca e sviluppo in ambito militare, il cosiddetto Progetto Manhattan, sottopose agli occhi del mondo l’orrido spettacolo dell’uso della bomba atomica.

E, al netto della cifra registica di Nolan, che ben conosciamo e che ancora una volta omaggia il cinema di una pellicola di pregiata fattura, si staglia davanti ai nostri occhi un consorzio umano profondamente miserabile attraversato da velleità superomistiche. L’America ne esce malconcia. Dai pochi fotogrammi dedicati all’incontro tra Oppenheimer e Truman, pochi e d’una miseria morale infinita, ai festeggiamenti di uomini e donne dallo sguardo rimbecillito per l’utilizzo della bomba, il pensiero di Nolan sull’universo a stelle e strisce pare ben manifesto. Che poi il suo non fosse un film dichiaratamente politico questo potevamo ben immaginarlo. 

Dobbiamo piuttosto servirci degli occhi di Oppenheimer, interpretato da un eccezionale Cillian Murphy, per scrutare attentamente le anime coinvolte nella storia. Anime che, come è normale che sia, il giudizio divino spedirebbe dritte dritte all’inferno e che la storia, però, consegna a un interminabile processo, ai chiaroscuri dei ragionamenti a posteriori, alle contingenze di un tempo che non si finirà mai di decifrare. 

Dello stesso Oppenheimer, dopo tre ore di film, non è che si abbia un’idea ben precisa. È stato bravo Nolan a tradurre in immagini straordinarie la complessità della sua mente e, a momenti alterni, della sua coscienza. Ma non ci è dato sapere più di quanto i fatti ci suggeriscano. 

Intuiamo, per esempio, che Oppenheimer, più che il padre della bomba atomica, come da vulgata, fu un insigne direttore dei lavori della sua costruzione. Intuiamo che la scienza e la politica sono due universi che comunicano al solo scopo di usarsi vicendevolmente, che l’etica li sfiora di rado, che l’uomo rimane il peggiore artefice del proprio destino. 

Ora, non sapremo mai se Oppenheimer e tutte le somme menti impegnate a Los Alamos abbiano effettivamente compreso gli effetti, nel panorama politico mondiale, delle loro ricerche. Non sapremo mai cosa effettivamente sia passato loro per la testa dopo Hiroshima e Nagasaki. Come non sapremo dove effettivamente finisce il narcisistico orgoglio dello scienziato e comincia la paura dell’uomo.

Nolan ci consegna la politica quanto meno strapazzata dal suo sguardo severo, ma ci impone la sospensione del giudizio sull’universo scientifico che arrivò primo al peggior traguardo della storia.

Il quadro di quel tempo non sarà mai completo. Persino su Heisenberg, senza dubbio uno dei pochi al mondo capaci allora di progettare l’atomica, non possiamo che porci una serie di interrogativi, a molti dei quali non daremo mai una risposta.
L’etica quale presupposto dell’esistenza è tuttavia un terreno battuto dal padre del principio di indeterminazione, non fosse altro che per la corsa vinta dagli americani, per quel mucchio di se che non fanno certo la storia, ma che di fatto aprono vasti scenari nell’ambito delle coscienze. Su Oppenheimer e i suoi pesa, al contrario, aver battuto sul tempo gli avversari. Averlo fatto – e su questo la storia non ci ha ancora restituito inossidabili verità – quando la resa dei giapponesi era già nell’aria. Averlo fatto sperimentando uranio e plutonio, come se gli esseri umani fossero cavie da laboratorio. Averlo fatto sotto gli occhi atterriti di una umanità intera che poi, il giorno dopo, ha iniziato la sua personale corsa al nucleare.

Così oggi, innanzi al film di Nolan, che si fregia di un cast d’eccezione, di sceneggiatura e regia da manualistica cinematografica, di una colonna sonora che scorta le condizioni emotive dei protagonisti e magnifica la resa stilistica della pellicola, lo spettatore non può che riflettere sulla possibile deriva del nostro pianeta.

Era già chiaro a tutti come si fosse arrivati fin qui, ma Nolan ha inteso sintetizzare – perché pur sempre di sintesi trattasi nonostante il minutaggio – il processo di disumanizzazione del nostro mondo, la spietatezza e la miseria morale dell’uomo da quando ha preso a raccontarsi che tutto egli può, che non esistono limiti invalicabili, che il fine giustifica sempre il mezzo.

Lungi pertanto da un’analisi approfondita del film, su cui tanto è già stato scritto, mi preme sottolineare qui, partendo da Nolan e recuperando, procedendo a ritroso, tutta una filmografia che rispolvera la storia, il ruolo imprescindibile del cinema nell’alimentare il dibattito tra le coscienze, nel tenere desta l’attenzione su un presente che è conseguenza diretta di quel che è già stato e che a sua volta pianta i semi di quel che deve ancora essere.

Non sappiamo se l’inverno nucleare sia o non sia alle porte, ma sappiamo che un inverno nucleare oggi è possibile. E questo basta, pur sospendendo il giudizio sul singolo, a inchiodare scienza e politica alle loro responsabilità. Basta, soprattutto, a deplorare ogni guerra e ogni azione politica, economica e militare che la sostenga. 

Le derive del nostro mondo chiaramente non si limitano allo spettro del nucleare. E sono molti gli scenari catastrofici che prefigura questa realtà di astrusi scopi e feroci metodi dentro alla quale proviamo a dimenarci, impotenti, sgomenti, rassegnati. 

Il nucleare demarca tuttavia il confine della nostra coscienza, segna il limite valicato dell’etica e impone dunque di ripensare responsabilmente ed eticamente alla scienza, rischioso strumento dell’economia, della politica, del potere.

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