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Intervista a Tony Hadley che festeggia 40 anni di carriera

Tempo di lettura: 4 minuti

Tony Hadley, con la sua unica data nel Sud Italia, inaugurerà la XIX edizione del Festival d’Autunno

Era il 27 febbraio 1981 quando nei negozi di dischi appariva il primo album degli Spandau Ballet. Tra i cinque ragazzi londinesi brillava la voce di Tony Hadley, vero punto di forza della band, che con il suo timbro chiaro e potente avrebbe caratterizzato le canzoni degli Spands.

G.P.: Con il suo tour festeggerà 40 anni di carriera, ma può parlarmi degli inizi con gli Spandau Ballet?

T.H.: È nato tutto tra i banchi di scuola. Eravamo quella che all’epoca veniva definita una ‘school band’. Abbiamo cambiato diversi nomi, prima di scegliere quello definitivo con il quale abbiamo raggiunto la notorietà.

G.P.: C’è un ricordo di quegli anni che le è rimasto indelebile?

T.H.: Sicuramente. Il momento della firma sul contratto con la Sony Records resterà per sempre tra le cose che non dimenticherò mai.

Io guardavo Top Of The Pops, che era il programma che andava per la maggiore in quel periodo. Io, come altri ragazzi, sognavo di poter ottenere un contratto discografico e di raggiungere il successo. Eravamo tutti giovani di belle speranze e guardavamo al futuro con un certo ottimismo.

G.P.: Quegli anni sono stati contrassegnati da una sbandierata rivalità tra gli Spands e i Duran Duran. Era reale o era una trovata della stampa, che voleva creare lo stesso dualismo esistente tra i Beatles e i Rolling Stones?

T.H.: Era completamente inventata dalla stampa, come lo fu per i Beatles e gli Stones. Eravamo molto amici, andavamo a bere insieme e ci divertivamo molto. Non credere mai a ciò che scrive la stampa in queste situazioni.

G.P.: Come spiegherebbe gli anni Ottanta ai ragazzi che oggi vivono un contesto completamente diverso?

T.H.: Sarebbe difficile spiegare ciò che accadde in quel decennio. Furono anni fantastici e alla base di tutto c’era una gran voglia di divertirsi. Ecco, se volessero un consiglio potrei dir loro di affrontare tutto con leggerezza.

G.P.: Quanto era importante per loro il look?

T.H.: Quelli sono stati anni molto eccitanti e innovativi per i giovani. Il look dipendeva anche dalla provenienza di ciascuna band. Ad esempio noi eravamo di Londra, i Duran Duran erano di Birmingham e i Depeche Mode di Basildon. Gli Spandau Ballet erano molto attenti al loro look. Posso dire che abbiamo dettato la moda di quel periodo.

Non posso nascondere che oggi sorrido quando guardo le nostre vecchie foto, perché pensavamo di essere molto cool. Ricordo anche quanto impegno ci mettevamo a trovare il look giusto. Eravamo dei divi e ci tenevamo. Molte star si accontentavano di un paio di jeans, sicuramente non gli Spandau Ballet.

G.P.: Le vostre canzoni hanno segnato un’epoca. Oggi cosa prova quando, nei concerti, esegue quei brani?

T.H.: Sto bene. Fanno parte della mia storia e della storia dei fan. Guardo la loro reazione piena d’amore e di entusiasmo, tutte cose che mi riempiono di una gioia immensa.

G.P.: Nel 2006, ha inciso ‘Passing strangers’, un album completamente swing. Una scelta che ha spiazzato i fan.

T.H.: Anche se io amo il rock e il punk, in casa i miei genitori ascoltavano artisti come Frank Sinatra e Tony Bennett. Quindi era inevitabile che anche io venissi affascinato da quella musica. La decisione di incidere quell’album è stata spontanea, un passaggio inevitabile segnato da un genere che, in parte, ha segnato la mia crescita musicale.

G.P.: Nel 2018, ha inciso un album dal titolo particolare: ‘Talking to the moon’. Ma lei parla alla luna?

T.H.: Amo lo spazio, le stelle, l’immensità del cielo, la luna e i pianeti. Mi piacerebbe incontrare qualche extraterrestre. Chi non è incantato da tutto questo? Mi piacerebbe anche incontrare qualche extraterrestre al quale fare domande e ricevere risposte. Comunque sì, mi capita di parlare alla luna.

G.P.: Lei è stato il primo a incidere la voce in ‘Do they know it’s Christmas’, la canzone scritta da Bob Geldof, dei Boomtowwn Rats, e Midge Ure, degli Ultravox. Che sensazione ha avuto nel ritrovarsi al fianco di tutte quelle superstar?

T.H.: Ricordo che fu proprio Geldof che mi disse di iniziare. Ero molto nervoso per l’importanza del progetto. Nello studio di Trevor Horn c’era molta passione e professionalità. Ho vissuto attimi di grande intensità. Èil bello del nostro mestiere, che ci fa sempre evolvere e imparare qualcosa di nuovo.

G.P.: Oltre a quel progetto di beneficenza, con gli Spandau Ballet ha partecipato a due eventi memorabili: il Live Aid e la caduta del muro di Berlino. Cosa hanno lasciato nel suo animo?

T.H.: Entrambi gli eventi fanno parte della storia. È stato emozionante partecipare al Live Aid, essere lì con gli eroi musicali della mia gioventù.

Nel concerto organizzato per la caduta del muro di Berlino mi sono sentito dentro la storia, mi sono sentito parte di quello che stava succedendo. Un momento incredibile che porterò sempre dentro di me.

G.P.: Quindi ritengo che ‘Through the barricades’ sia il suo brano preferito.

T.H.: Certo. Mentre stavamo eseguendo ‘Through the barricades’ e il muro crollava, le guardie che erano dall’altre parte ci salutavano. Una scena indimenticabile, che ha cambiato la storia della Germania e del mondo.

G.P.: In questo momento lei si trova in Italia. Qual è il suo rapporto con il nostro Paese e con i nostri artisti? Ricordo una partecipazione degli Spandau Ballet a Sanremo e, da solista, una collaborazione con Caparezza e un duetto con Fausto Leali.

T.H.: In Italia siamo esplosi definitivamente con ‘I’ll fly for you’. Ricordo con molto piacere la nostra apparizione, nel 1986, al Festival di Sanremo. In quella edizione erano presenti anche i Duran Duran. In quella occasione capii quanto pazzi potessero essere i fan. Fuori dal teatro c’era il delirio. Fu una cosa incredibile mettere insieme in una piccola cittadina due gruppi all’apice della carriera e con una folta “fan base” come quella.

(Intervista integrale su giuseppepanella.it)

Scritto da

Giuseppe Panella è giornalista e critico musicale. Da sempre non limita i suoi interessi alla musica, scrivendo anche di teatro e di libri. Da circa venti anni è addetto stampa di alcuni festival, artisti e radio. Tra le sue collaborazioni quella con MusicalNews, Classic Rock, Vinile, Gazzetta del Sud, Il popolo del blues, Tutto Sud News e Muzi Kult. Nel 2011 ha contribuito con una scheda al libro "Da Mameli a Vasco. 150 canzoni che hanno unito gli italiani", curato da Maurizio Becker e pubblicato da Coniglio Editore. Nel 2011 e 2012 è stato direttore responsabile di Onda Calabra. Ha un suo blog (www.giuseppepanella.it)

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