Passione TeatroTeatro

TEATRI, LA VERITÀ SULLA RIAPERTURA DEL 26 APRILE

0
Sofía Probert su nytimes.com
Tempo di lettura: 3 minuti

Tutto esaurito al Teatro dell’Opera di Roma il 28 aprile: sembrava quasi vuoto, eppure i 500posti a sedere preassegnati, una volta applicate le norme anti-Covid e in particolare il distanziamento di un metro sui 1400 posti disponibili prima della pandemia, erano tutti occupati.

Ovazione del pubblico, musicisti in piedi ad applaudire la platea. Poi tutti a casa, di corsa ma senza assembrarsi, in tempo per il coprifuoco delle 22.

E insieme al Teatro dell’Opera di Roma hanno rialzato il sipario altri teatri in Italia. Molti stabili erano pronti: produzioni pronte, spettacoli in cartellone prima della chiusura di ottobre, adeguamento degli spazi ai protocolli già allora avviato.

Sembrerebbe la fine di un incubo. Sembrerebbe il primo passo verso il ritorno alla normalità. I ristori che hanno permesso a tutto il comparto dello spettacolo dal vivo di stringere i denti nei momenti più bui e ora, grazie al cielo, finalmente la luce.

Sembrerebbe, appunto. Se il “vissero distanziati e contenti” valesse per tutti.

Perché in Italia, come molti di coloro i quali siedono ai tavoli dei protocolli pare non sappiano, il 50% della normale capienza potrebbe significare anche una trentina di posti disponibili. E sull’introito di una trentina di biglietti, al netto dell’IVA e degli eventuali costi della SIAE, quale spettacolo potrebbe mai andare in scena? Si tratti di contratto a cachet, a percentuale con o senza minimo assicurato, si tratti di qualsivoglia formula, come potrebbero mai essere coperti i costi sostenuti dal teatro ospitante e dalla compagnia per la messa in scena dello spettacolo?

E quella dei teatri con una capienza media di 60 posti a sedere, per chi non lo sapesse, è una realtà assai diffusa lungo tutto lo stivale. Li si chiami teatri off, minori, indipendenti, li si chiami insomma come si vuole, ma queste realtà, abituate a strenui sacrifici già in era pre-Covid, gestiscono spazi in molti casi non di proprietà che prevedono, anche a sipario calato, costi fissi di gestione: canoni d’affitto, utenze, imposte. Sono luoghi, animati per lo più dall’amore per il teatro, che negli anni hanno sparso bellezza nei centri e nelle periferie cittadine.

Ferrara Off, nuovo teatro sociale cittadino

Hanno prodotto spettacoli e tanti altri ne hanno ospitati, hanno svolto un esemplare ruolo sociale e culturale nel territorio, persino attivando laboratori teatrali e di discipline connesse.Molta della drammaturgia contemporanea, delle nuove tendenze nell’ambito della scrittura scenica, di tutte quelle voci che intercettano le infinite venature del presente passa proprio da questi teatri.

L’emergenza sanitaria ne ha spento, in molti casi definitivamente, le luci. Spazzati via rassegne, produzioni, progetti, laboratori, restavano solo i costi fissi che taluni, con grande dispiacere, hanno preferito azzerare abbassando le saracinesche.

Gli operatori del settore, che a chiamare visionari non ci si allontana dalla realtà, non ambivano prima né ambiscono adesso a un illusorio assistenzialismo economico. Chiudono difatti in silenzio, così come avevano aperto, prima di divenire luoghi di incontro, di confronto, di teatro e di arte nella sua accezione più ampia. E chiudono quando non si intravedono prospettive di ripresa, quando i protocolli che dovrebbero disciplinare la riapertura li escludono a priori. Chiudono nella triste cognizione di non essere mai stati per le istituzioni. Chiudono e fanno altro per sopravvivere. Chiudono e tentano la strada dei contenuti multimediali. Chiudono e progettano. E sognano. Ché i sogni fortunatamente non si pagano.

Il teatro non muore, è vero. Sembra sempre sul punto di morire, ma non muore. Muoiono tutt’al più i teatri indipendenti, le piccole compagnie. E muoiono quando si mette nero su bianco che è consentito il 50% della normale capienza. E magari si pensa al teatro alla Scala di Milano, coi suoi 2.030 posti a sedere. E quando si dice “la percezione soggettiva della realtà” presumibilmente si intende qualcosa di molto simile all’entusiasmo per le riaperture.

Qui, invece, s’alza il sipario sulla verità. E la verità è che il 26 aprile non era affatto un 26 aprile per tutti.

Giusi Arimatea
Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

TORNA L’ARTE DI CUTICCHIO

Articolo precedente

EDIZIONE 0 DEL FESTIVAL TOSCANINI

Articolo seguente

Ti potrebbero interessare

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *