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CIRCO CONTEMPORANEO APPESO AL FILO COME UN EQUILIBRISTA

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Il Circo Contemporaneo ed il Teatro di Strada sono stati protagonisti di un ritorno in scena, dopo il lockdown, grazie a “Tutti Matti per Colorno”, festival internazionale di circo e teatro di strada che ha trasformato pochi mesi fa la cittadina ducale nella capitale del circo contemporaneo internazionale. Un ritorno sulle scene tanto agognato dagli artisti ed atteso dal pubblico che oggi, dopo due mesi, viste le nuove terribili restrizioni appena varate, ci sembra appartenere ad un’altra epoca e ad un altro mondo.

Il Circo contemporaneo, il teatro di strada e lo spettacolo dal vivo sono, letteralmente, appesi a un filo, trenta e più metri per aria, come un equilibrista. E solo la bravura e la resilienza degli artisti non lo sta facendo cadere al suolo.

Abbiamo parlato della kermesse, del mondo circense e dell’attuale crisi dello spettacolo dal vivo con Jacopo Maria Bianchini di Teatro Necessario, compagnia che da trent’anni crea arte e meraviglia sui palcoscenici di tutto il mondo e che, tredici anni fa, ha dato il via al festival.

Jacopo muove i suoi primi passi teatrali nel C.U.T. di Parma abbracciando le tecniche del mimo e della commedia dell′arte; si avventura nel teatro di strada e apprende l′arte della danza su trampoli. Studia clownerie, danza, acrobatica, ozio e percussioni. Nel 2002 si diploma “mimo lirico” a Livorno, nel 2003 addirittura “attore europeo” al Teatro Stabile di Parma.

Jacopo, è stato un grande ritorno quello di “Tutti Matti per Colorno”. 13 anni di festival e… non sentirli. Com’è andata?

È andata molto bene, soprattutto in relazione al difficile contesto di settembre. Abbiamo creduto molto nella nostra scelta e abbiamo saldamente voluto tenere – con tutte le limitazioni e le precauzioni necessarie- il Festival invariato nella sua proposta di circo contemporaneo e teatro di strada di altissima qualità. Siamo riusciti a portare due prime nazionali, una dalla Francia (Cirque Entre Nous) e una dal Belgio (Dirque), e uno spettacolo grandioso, quello della compagnia Petits Bras, che ha conquistato tutti. Questi sono stati gli unici spettacoli con biglietto, per il resto la programmazione si è composta per la maggior parte di spettacoli della Scena off, selezionati con un bando pubblico: una decina di compagnie scelte tra le quasi 300 domande arrivate. In questo caso gli artisti sono stati mantenuti gratuiti ma con prenotazione obbligatoria, per contingentare ogni replica e tracciare le presenze. Gli artisti oltra la raccolta di offerte a cappello quest’anno hanno ricevuto un rimborso spese di base per compensare in parte le capienze ridotte. Siamo insomma riusciti a proporre un cartellone vario e di alto livello, grazie ad un grande lavoro di squadra portato avanti da uno staff di circa 20 persone, supportato da un centinaio di volontari senza i quali il Festival non potrebbe esistere così come lo conosciamo. Abbiamo lavorato molto sull’organizzazione degli spazi per far vivere in totale sicurezza l’esperienza di Tutti Matti per Colorno al pubblico. In era pre-covid avevamo una media di 5-10 mila presenze al giorno; quest’anno siamo rimasti nei 2.000 ma abbiamo raccolto tanta gioia e soddisfazione da parte di artisti e pubblico.

Non è stato semplice, insomma.

Assolutamente non semplice. Abbiamo lavorato tantissimo perché questa edizione vedesse la luce in totale e completa sicurezza. C’è stata una forte attenzione istituzionale e sociale: siamo riusciti a contenere i timori ed abbassare ogni rischio, gestendo l’evento con responsabilità e fermezza. La sicurezza è un elemento su cui da sempre investiamo e quest’anno ancora di più su questo tema abbiamo concentrato i nostri sforzi. Abbiamo passato diverse commissioni tra Questura e Ausl e abbiamo apportato modifiche in corso d’opera, rispondendo con efficacia e reattività alle richieste delle istituzioni. E questo impegno ci ha premiati!

Circo contemporaneo, teatro, danza e musica: una grande comunità che ha iniziato a riprendersi i propri spazi anche grazie a Tutti Matti per Colorno. Com’è stato, per gli artisti e per l’organizzazione, tornare in scena dopo il lockdown?

Noi il festival, quest’anno, lo abbiamo voluto fortemente. All’inizio l’idea era di fare una piccola rassegna. Ma grazie alla spinta emotiva del pubblico e al supporto di Fondazione Cariparma, abbiamo trovato le risorse che ci hanno consentito di osare e rimettere in piedi una nuova edizione, ricca e importante come le altre. Questa scelta ci ha premiato: gli artisti sono stati molto contenti di tornare in scena. Per alcuni era la prima volta dopo il lockdown. Il pubblico entusiasta ha partecipato con gioia, abbiamo ricevuto molti ringraziamenti per essere riusciti a creare una situazione del genere, divertente ma sicura. Ma anche noi dobbiamo ringraziare loro per aver dato anima e cuore al Festival. Per noi al centro del festival ci sono gli artisti. Molte volte in Italia questo non accade e prendono il sopravvento altri fattori.

Cosa diresti ad un ragazzo che, oggi, volesse intraprendere la carriera circense o comunque fare l’artista di strada per mestiere?

Di formarsi, assolutamente. E di andare a vedere molti spettacoli di qualità. In Italia le scuole che formano in tal senso sono poche ma ottime. Il mio consiglio resta, comunque, quello di viaggiare, di uscire dai confini nazionali e formarsi anche in Europa. Ad esempio in Francia, la regina mondiale del circo contemporaneo.

In quasi 30 anni di Teatro Necessario avete all’attivo diverse centinaia di rappresentazioni in tutto il mondo. Il vostro successo sta, oltre che nella qualità, anche nel linguaggio artistico universale in cui vi esprimete. Quanto è importante il contributo del cosiddetto teatro di strada per l’arte contemporanea?

Circo contemporaneo e teatro di strada sono parenti, ma due cose separate, diverse come funzione. Il circo classico ha da anni finito la sua funzione storica ed è ormai in decadenza. Tant’è che molti circhi tradizionali riprendono sempre più personaggi televisivi e comunque si spostano sempre più sul contemporaneo. Il Circo contemporaneo è una sorta di teatro visivo, un luogo di sperimentazione tra i più vivi che tiene in sé tanti generi e pratiche diverse. Ha una poetica popolare nel senso alto del termine perché parla con un linguaggio che arriva a tutti, portato avanti con talento e professionalità. La funzione del teatro di strada è quella importantissima di avvicinare le persone al mondo dello spettacolo dal vivo. È una sorta di grado zero, insomma, in cui la prossimità è minima ma la qualità resta massima. La bellezza del teatro di strada è questa: manca la quarta parete e riesce a coinvolgere completamente il pubblico, che entra a far parte di qualcosa di vivo e unico.

Si parla di nuovi media in supporto dello spettacolo dal vivo. Che cosa ne pensi?

Lo trovo un surrogato che non amo. Bisogna chiamare le cose per come sono: il latte è quello di mucca, non di riso. Puoi chiamarlo latte, ma non sarà mai “il” latte, quello vero! Stessa cosa vale per lo spettacolo dal vivo: visto in tv non è la stessa cosa. È una proiezione, è cinema. Quando trasmettono “Mistero Buffo” di Dario Fo in tv penso sempre che è sempre bellissimo, ma è una fotografia in movimento di un momento, si trasforma in qualcosa di museale. Vederlo dal vivo, invece, come ho avuto la fortuna di fare, è una cosa completamente diversa. Se dovessi pensare ad un nostro spettacolo riproposto in video dovrei concepirlo in maniera completamente diversa. I media, a mio avviso, sono molto utili per la promozione, ma lo spettacolo dal vivo resta tale solo in compresenza di pubblico e performer.

In Italia ed in gran parte d’Europa lo spettacolo dal vivo è fermo al palo. Com’è tutelato, ad oggi, il mondo del circo, dello spettacolo viaggiante, e degli artisti di strada? Cosa si potrebbe fare per tutelarli?

È un argomento molto complesso. Si stanno aprendo dei progetti di residenza artistica, ad esempio. Ma se penso all’Artista di strada, che vive solo di cappello, una soluzione è davvero difficile. È una scelta di vita, lecita come tante altre, ma qui la tutela diventa quasi impossibile. Tutelare gli artisti in sé è un altro discorso, e forse è la cosa che in Italia manca più di altre. In Francia ed in Belgio, ad esempio, hanno forme di supporto del mondo dell’arte molto diverse rispetto a noi. Il problema è alla radice e si dovrebbe partire dai problemi strutturali. Credo sarebbe necessaria una tutela in base anche alla quantità ed alla qualità del lavoro. Se faccio dieci spettacoli in un anno vuol dire che vivo di altro, che l’arte e lo spettacolo dal vivo sono una passione. Se faccio cento giornate lavorative all’anno allora vivo del mio lavoro e il mio “ristoro” non può essere lo stesso di chi lo fa per hobby.  Sarebbe necessario un cambio di visione politica della pratica artistica in generale, ma questa più che una lotta sembra un’utopia.

Silvio Cacciatore
Lavoro nel campo della comunicazione e mi occupo di teatro come regista e attore e di radio come speaker e conduttore. Ho scritto e scrivo su numerose testate.

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