LE MANI CHE MUOVONO I SOGNINewsTetro di figura

IL DILEMMA DELLA MANO – DI STEFANO GIUNCHI

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Hakuin, Hotei con un burattino nella mano
Tempo di lettura: 10 minuti

Pensiero augurale.
Certe storie nascono così, per caso.
Questa è nata d’estate, ma ho deciso di pubblicarla in gennaio, alla fine dell’anno più tribolato e all’inizio di chissà quale anno.
Un raccontino dikensiano e un po’ zen.
Per far la pace con i miei quattro lettori pazienti. E ritrovati.
Quindi, con la goccia al naso e un gran freddo mattutino… vi riporto, pari pari, a questa estate.
Con il piacere di ritrovarsi.
E gli auguri di un buon anno nuovo.

Piccole illuminazioni agostane
Seduto su un cuscino, nel mio terrazzo al quarto piano di via dell’Unità d’Italia, a Forlì (a Cesena, prima, abitavamo in via dei Carbonari: un passo avanti).
Una rara sera fresca, di quell’agosto appiccicoso e insopportabile.
Meditavo, prima di dormire, seguendo consapevolmente il respiro.

Non sto a farvela lunga.
Fra i pensieri che andavano qua e là, come pesci nella corrente, rimango fulminato da una intuizione.
Meditavo sul koan del suono di una sola mano e, d’improvviso, mi arriva la soluzione.
Lì davanti.. come dire.. fra le mani.
Mi scoppia una franca risata (mi capita sempre più spesso di ridere da solo) e prima di dimenticarmelo, comunico l’evento a Rita, che stava dedicandosi ai suoi rituali online (è una fan di Poldark). Mi sorride, sotto gli auricolari del computer.
Pensavo fosse finita lì.
E invece al mattino l’idea si ripresenta, chiara e distinta.
Devo lavoraci un po’ su, mi dico.
In un paio di giorni è nato questo raccontino, dove il mio breve satori notturno lo sposto indietro di trecento anni, in Giappone, e lo carico sulle spalle di Hakuin, un satanasso veramente simpatico dello zen moderno e riformato.

Eccolo qua, il raccontino, con un po’ di note per chi conosce poco l’ambiente. Accompagnate la lettura con un buon the verde. O meglio un saké caldo.
Cari saluti di pieno inverno e auguri perché l’anno nuovo sia un po’ meglio di quello che se ne è andato.

Stefano Giunchi

IL DILEMMA DELLA MANO

UN POMERIGGIO PIOVOSO
Era un tardo tramonto di estate, la sera avanzava lenta.
A metà pomeriggio vi era stato uno scroscio d’acqua, portando un po’ di frescura nella vita e nella mente dei monaci.
Da giorni l’afa aveva fiaccato lo sforzo tenace degli allievi vòlto a uscire dal samsara,[1]attraverso la pratica dello zazen.[2]
Anche chi era solito scivolare pigramente su movimenti di routine, senza partecipare intimamente alla meditazione, aveva ricevuto dall’acquazzone una spinta verso l’alto.
Il rumore a tratti assordante della pioggia, sui tetti e sugli alberi del giardino, aveva distratto i monaci seduti in meditazione.
Scarti improvvisi, sospiri fuggiti dal petto, movimenti di aggiustamento.
Un sorriso.
La linea continua del respiro rituale era ormai compromessa e il Maestro decise che non valeva la pena di ricominciare da capo.
Battè le mani e invitò cosi i monaci a interrompere lo zazen pomeridiano.
All’improvviso rompete le righe, seguì il furtivo recupero delle ginocchia intorpidite e l’alzarsi di tutti, per recarsi ad assolvere le diverse occupazioni della casa comune.
La sala si stava rapidamente svuotando.
I monaci uscivano dopo aver salutato il maestro a mani giunte e l’immagine compassionevole di Kannon[3] scolpita nella nicchia.
Eccetto uno.

Un monaco, Hakuin[4] il suo nome, rimaneva assorto in meditazione.
Il superiore del convento andò verso di lui, un po’ contrariato, deciso a fargli lasciare  la sala come gli altri, ma il Maestro[5] lo fermò con uno sguardo.
Fu il superiore invece che uscì, interdetto.
Il Maestro si schiarì la voce per attirare l’attenzione del monaco seduto. Ma quello mostrava di non udire.
Restarono entrambi seduti sul cuscino e sulle ginocchia e si ignorarono, assorti nel proprio respiro.

Quando la sera finì per imporre la sua ombra uniforme, il rintocco della campana chiamò i monaci, immersi nei lavori pomeridiani, al lavacro serale e alla frugale cena. Il Maestro si alzò e raggiunse la sua cella.

I CONTI SI FANNO DI MATTINA
Hakuin si scosse, realizzando che era solo.
Da quando aveva avuto il suo primo satori[6], la condivisione con gli altri monaci si era appannata, ma con il maestro era aumentata, manifestandosi con piccoli ed insignificanti segni. Uno sguardo, un cenno del capo, un modo più fluido di partecipare ai mondo[7].
Il fatto di essersi totalmente estraniato dal dojo[8], quel pomeriggio,senza neppure accorgersi di esservi restato più a lungo di tutti, perfino del Maestro, gli creò un momento di apprensione.
Si preoccupava di non aver generato disturbo o attenzione esagerata.
Si chiese perché mai era restato seduto sullo zafu[9] così a lungo.
Ebbe la sensazione di avere intuito qualcosa improvvisamente, ma che al momento gli sfuggiva.
Ekaku, questo era la seconda parte del suo nome, si levò in piedi, salutò anch’egli Kannone il Figlio che teneva compassionevolmente in braccio, e raggiunse gli altri monaci in mensa.

La mattina dopo uno studente di servizio venne a svegliarlo di buon’ora, il Maestro lo voleva vedere, “quando egli trovasse il tempo”.
Gli sembrò di notare una piega allusiva nello sguardo del giovane. Entrò un po’ in ansia pensando che quella piega, assieme alle parole del maestro, alludeva di sicuro al suo comportamento della sera precedente.

Alzò il capo e si affrettò, attendendosi rimproveri, a raggiungere la cella del Maestro.
La porta era come sempre aperta e al suo apparire il maestro lo interpellò in modo diretto: “So riconoscere cosa ti succede, Hakuin. Forse tu non tanto”.
Era una affermazione che richiedeva assenso, ma anche una risposta.
Hakuin un po’ si rasserenò, ma subito cadde nel suo solito frustrante lavorìo mentale, fatto di domande, apparenti certezze e dubbi…
Hakuin non commentò e si congedò dal maestro.

Hakuin, una mano

ILLUMINAZIONE IMPROVVISA
Qualche tempo dopo, durante una conversazione, il maestro ripropose agli allievi presenti unkoan[10], il cui senso li stava tormentando da tempo, senza che si trovassero soluzioni convincenti:
“Udite il suono di due mani che battono. Qual è il suono di una sola mano?”

Ad Hakuincapitò lo stesso fenomeno del pomeriggio di pioggia, che lo aveva sconvolto ed estraniato dagli altri presenti.
Fu come precipitato indietro da un vortice irresistibile.
Il sudore gli scivolava sulla schiena, i pensieri si dileguarono, lasciando il posto solo a uno, semplice e chiaro.
Senza riflettere, Hakuin alzò sulla sua testa un braccio con la mano piatta e le dita serrate fra loro.
Poi sporse in avanti il pollice e le ultime tre dita, fino a farle toccare fra loro.
L’indice rimase dritto e verticale, come se avesse una minuta spina dorsale.
Tutti lo guardavano attenti.
Poi il pollice e le altre tre dita si unirono e si lasciarono lentamente, tese in avanti, più volte. Tutti videro immediatamente (avvertendo un formicolìo nella mano) l’immagine di un piccolo corpo umano, eretto, che univa le braccia e le sbatteva fra loro lentamente.
L’ultima falange dell’indice si piegava in avanti e in dietro, come una piccola testa che facesse una affermazione timida e accennata.
La cosa generò felicità e simpatia nel dojo, i monaci si guardavano sorridendo, attoniti.
Furono tutti folgorati di consapevolezza.
Nella mente si manifestò il suono, appena udibile dalle orecchie, delle braccia (le tre dita e il pollice di Hakuin) dell’esserinoche sembravano applaudire..
Quella mano richiamava lo schema corporeo umano, faceva intravedere possibilità ulteriori di movimenti e di gesti significativi, prometteva una narrazione dalle molte combinazioni basata sulle potenzialità di quelle dita.
L’esserino salutava, faceva la riverenza, applaudiva, pareva perfino camminare sull’aria… Qualcuno, alzandosi in piedi, accennò a fare la stessa cosa col corpo, con imbarazzo e gioia della scoperta. Tutti applaudirono.

Hakuin abbassò la mano.
Fu immediatamente consapevole di cosa aveva appena fatto.
Seguendo l’intuito, assecondando le tendenze naturali della mano, aveva scavalcato mesi di rovello intellettuale sul koan che gli era stato proposto.
Aveva trovato la risposta al dilemma impossibile.
Aveva scoperto il suono di una mano.
Gli successe poi qualcosa di veramente inaspettato.
Una parte della sua mente, acquietata dalla eleganza e dalla semplicità della soluzione, si appoggiò appagata alla rivelazione appena avuta. Dopo un viaggio nell’infinito Dharma era tornato, brillante e concreto alla vita normale, arricchito di nuova consapevolezza.
Un’altra parte, quella che rimaneva sempre ansiosa, gli impose, abbassata la mano, di scusarsi con il Maestro.
Prese la sua verga, che giaceva presso di lui e gliela porse, per riceverne una punizione. Lo stesso maestro (un po’ frastornato anche lui) prese la verga ma gli propinò un solo colpo simbolico e rattenuto, sulla mano impertinente.

Poi dichiarò:

la soluzione al koan propostonon sta nello stupido gioco di prestigio proposto, ma nell’intuire da parte di Hakuin che non vi è soluzione logica. Cancellate ciò che avete visto e tornate a meditare sulla irrisolvibile natura dei koan. Allenate la vostra mente, respirate, fate zazen con la postura corretta.. e alla fine capirete che non c’è nulla da capire, ma c’è la vita che scorre..”

E tutto il resto… pensarono i monaci, vergognandosi un po’ di aver ceduto a quel gioco

PASSAGGIO DI UNA CIOTOLA, DI MANO IN MANO
Quella notte (non si era ancora spenta del tutto l’euforia e l’imbarazzo dei monaci) il Maestro convocò Hakuin nel giardino, al riparo del boschetto di bambù.

“Rispetto ciò che hai fatto. Non tanto la comprensione del koan, che è impossibile. Tu hai come aperto uno spiraglio fra universi diversi, che corrono paralleli.
Per un solo attimo abbiamo tutti vissuto al centro di uno snodo che collega tutti i mondi e i kalpa[11] possibili.
Hai colto il Vero Volto del Buddha prima che nascesse, all’origine di Tutto.
La ciotola di metallo e il mantello sono i tuoi, ma terremo ciò ancora segreto.
L’invidia può giocare brutti scherzi e la tua istruzione va comunque finita.
Ora vai, la tua bodhi [12] risplende
.”

Hakuin apprese tutto ciò con leggerezza. Una leggerezza che lo stupì oltremodo.
Fu anche lusingato dalle parole del Maestro, ma non come si sarebbe immaginato.
Si sentì svuotato come un mudra sparso dal vento. Anni di fatica, di studio delle scritture, di concentrazione, di isolamento… si dissolsero.
Ma la sensazione non era quella di aver raggiunto un livello superiore, si sentì ancora più privo di risposte e solo.
Certo ora aveva nuove responsabilità, verso sé e gli altri, ma nessuna certezza.
E, assieme, sentiva che doveva fare anche qualcos’altro, di cui non intuiva né la sostanza né la forma.. ma che aveva a che fare con quel formicolìo che gli si era impigliato nella mano. E non andava via.

Passarono gli anni e Hakuin Ekaku divenne apprezzato maestro, riformatore dello zen, perfezionatore della pratica del koan, patriarca moderno della scuola Rinzai[13], scultore, poeta e artista di valore.
Il koandella mano, attribuito a lui, diventò uno dei suoi preferiti, il dilemma di apertura dell’addestramento dei monaci…

Hakuin, autoritratto

UNA ATTIVITA’ RISERVATA
Ogni tanto Hakuin si allontanava dal convento non visto.
Nel più totale anonimato praticava la sua seconda attività: creare empatia, relazione reciproca e divertimento in mezzo alla gente (c’era anche questo nell’addestramento del bodhisattva, no?).
Semplicemente alzando la mano destra, ricoperta di stracci, e calzando nell’indice una piccola e rudimentale testina di legno (che aveva scolpito) dava vita a piccole storie alzando anche l’altro braccio, con diverse combinazioni e diversi personaggi.
Scolpì decine di teste di legno, ognuna con caratteri ed espressioni diverse.
Le storie provenivano dalle vite dei Buddha, dal Ramayana, dalle favole per i bambini, dai fatti della vita quotidiana che gli raccontavano i pellegrini venuti al convento per cercare la Verità (che certo lui non possedeva)..
Ma i burattini che muoveva avevano cadenze particolari, gesti accattivanti, una sorta di grammatica delle espressioni e del movimento che incantavano i suoi pubblici, qualsiasi fossero le trame che metteva in scena.
Questa grammatica corrispondeva ai gesti che sapientemente (da quella prima volta) aveva sperimentato e messo nel suo personale repertorio.

Hakuin Hotei giocoliere

Si fece poi aiutare, dietro al piccolo teatrino di legno che proteggeva la sua identità, da Hotei, un giocoliere girovago che aveva quasi adottato e che dormiva in convento, in cambio di lavoretti di manutenzione. Gli era così simpatico che lo dipinse più volte [14].
Alla fine dei loro spettacoli ricevevano piccole somme di danaro (con cui compravano legni, colori, scalpelli e stoffe variopinte) o doni in natura, che portavano agli altri monaci come frutto del takuhatsu[15]
I denari finivano, di tanto in tanto, per procurare un buon letto e un buon pasto, un buon saké[16] caldo e qualche piccolo svago (giusto per restare legati alla realtà, da bravi praticanti della prajna[17] possibile, qui ed ora, su questa terra). Soprattutto se si trovavano in paesi lontani dalle case della loro congregazione..

A 83 anni, Hakuin, circondato dalla devozione dei suoi allievi e monaci, terminò la sua ultima incarnazione terrestre, avendo segnato della sua opera, dei suoi metodi diretti e del suo carisma la tradizione zen-rinzaigiapponese.
Lasciò innumerevoli discepoli da lui formati, montagne di scritti, un sistema di koan rinnovato e perfezionato.

Il suo protetto, di cui non si conosce il nome, lasciò immediatamente il convento, dove aveva sempre trovato rifugio e protezione.
Continuò, girovago impenitente, l’attività di burattinaio che aveva appreso da Hakuin e perfezionato negli anni.
Si fermò in molti villaggi e attraversò terre lontane, lasciando ovunque un buon ricordo e l’intrigante nostalgia di quegli esserini che si animavano fra le sue dita.
Ebbe amanti e figli.
Non divenne mai ricco.
Insegnò il suono di una mano sola e il mestiere del burattinaio a tanti attori e girovaghi.
Morì dimenticato, amato e felice.

Al momento della sua dipartita pare che si sentisse in cielo il rumore felpato di una mano che sbatteva le dita (come fossero ali) e, in sottofondo, la risata di Hakuin.

Hakuin Ekaku (1686-1769)


[1] E’ la vita, con le sue reicarnazioni, le sue impermanenze, il suo dolore, la sua fatica, i suoi errori, le sue illusioni.

[2] La meditazione seduta, nella tradizione del chan cinese e dello zen giapponese.

[3] Raffigurata spesso con una statua che tiene in braccio un bambino, è la versione femminile di Avalokitesvara, il Bodhisattva della grazia e della compassione.

[4] Uno dei Maestri più amati e studiati, riformatore nel XVII secolo d.c.dello zen.

[5] Il Maestro nel chan e ancora di più nello zen non è portatore di verità mistiche, ma un ricercatore che, raggiunta la consapevolezza, ha deciso di condividerne la via e il metodo. Non insegna precetti, ma guida l’allievo, condividendone e correggendone le impostazioni e gli errori. L’illuminazione è frutto di un percorso e di una responsabilità del tutto personali.

[6] Il satori è il raggiungimento improvviso della consapevolezza (illuminazione), non derivante da procedure solo intellettuali, ma attraverso la pratica assidua dello zazen (corretta postura e corretto respiro) e l’acquisizione di un punto di vista “esterno” al fluire dei pensieri. Difficile da spiegare, gli zenisti affermano che si può comprendere solo praticando. Vi sono piccoli e grandi satori.

[7] Sono conversazioni fra Maestro e allievi, poi trascritte e utilizzate, assieme anche a racconti e poesie.

[8] La sala di meditazione comune, dove i monaci passano molto tempo. Durante i seminari vi dormono anche.

[9] Cuscino per lo zazen.

[10] Frasi paradossali e dilemmi su cui l’allievo deve riflettere, anche a lungo, per trovare risposte, quasi sempre logicamente impossibili. Il koan qui descritto è attribuito storicamente a Hakuin, che lo usava come apertura..

[11] Cicli cosmici di generazione, decadimento e rigenerazione.

[12] Termine sanscrito, è una dimensione elevata del percorso verso il Nirvana finale nelle scuole esoteriche indiane, cioè l’uscita dalla dualità e la totale consapevolezza. E’ la condizione dei Buddha e dei Bodisattva. Significa risveglio, illuminazione. Lo zen, percorso che prescinde da ideologie e teologie, ne fa la meta da raggiungere qui e ora.
La ciotola e il mantello erano gli oggetti che il Maestro conferiva (spesso di nascosto per evitare invidie fra i monaci e vere e proprie faide, spesso sanguinose) all’allievo che aveva raggiunto l’illuminazione e che ereditava così il lignaggio. Molti monaci se ne andavano e fondavano un nuovo monastero, di cui diventavano gli abati.

[13]Rinzai (cinese Lin Chi) è il fondatore, nel IX secolo d.c., della Scuola Improvvisa, derivata dagli insegnamenti precedenti di Hui Neng, il Sesto Patriarca. Portata in Giappone nel XIII secolo, divenne (assieme al Soto Zen) la maggiore, viva ancora oggi.

[14] Vi sono due celebri disegni di Hotei, uno mentre fa girare con le labbra un piatto pieno d’acqua sospeso su una pertica, l’altro mentre spinge davanti a sé, con una mano sola, un burattino. Come a dire che qualsiasi cosa noi facciamo, dobbiamo farla pienamente nel presente, senza distrazioni o sogni a occhi aperti, perché l’esecuzione sia efficace.

[15] L’elemosina con cui i monaci richiedono cibo, stoffe e denaro per la vita del convento.

[16] Distillato di riso.

[17] E’ la saggezza trascendentale. Assieme alla karuna,la compassione attiva, sono i due pilastri del Buddhismo mahaiana, da cui discendono il chan e lo zen. La figura centrale di questa tradizione è il Bodhisattva, colui cioè che ha raggiunto l’illuminazione, ma decide di non entrare nel Nirvana definitivo, ma di restare fra gli esseri viventi, per aiutarli nel loro pellegrinaggio.

Stefano Giunchi
Classe ‘48, ha studiato filosofia e antropologia culturale a Firenze. Dopo esperienze nella comunicazione e nell’associazionismo culturale, dedica per lunghi anni il suo tempo al Teatro di Figura. Partecipa alla fondazione e anima per decenni il Festival “Arrivano dal mare!”, l’UNIMA Italia, l’ATF/AGIS. Ha affermato in Italia l’uso del termine teatro di figura, dirige da 20 anni l’Atelier delle Figure/Scuola per Burattinai e Contastorie. Autore e regista di spettacoli, continua oggi la sua attività di ricercatore e pubblicista.

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