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IN ATTESA DELLA RIAPERTURA: FANTOZZI di LUCIANO SALCE

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Fantozzi è un film del 1975 diretto da Luciano Salce e scritto da Leonardo BenvenutiPiero De Bernardi, Paolo Villaggio e lo stesso regista. Riproposizione dell’omonimo romanzo scritto nel 1971 dallo stesso Paolo Villaggio, Fantozzi è uno dei film più famosi e amati nel panorama cinematografico italiano, una commedia amara ma a sua volta esilarante che conquista da ormai 46 anni spettatori di ogni età.

Nonostante la regia di Luciano Salce aiuti moltissimo la costruzione del film, il successo della pellicola si deve principalmente alla tragicomicità della maschera di Fantozzi, frutto della mente di Paolo Villaggio. Il comico genovese ha infatti creato il personaggio, lo ha interpretato nei cabaret, alla televisione, ha scritto una serie di libri su di lui e gli ha anche prestato il volto in tutte le sue apparizioni cinematografiche, oltre a regalare al cinema il suo amato linguaggio iperbolico tipico dei romanzi di Fantozzi. Il personaggio del ragioniere viene affiancato da un cast di caratteristi e attori per l’epoca minori, come Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Giuseppe Anatrelli, Liù Bosisio e Paolo Paoloni, che grazie a questo film si affermarono come grandi interpreti del cinema italiano.

«NON L’HO MAI FATTO… MA L’HO SEMPRE SOGNATO!»

Il ragioniere Ugo Fantozzi (Paolo Villaggio), dopo diciotto giorni passati nei bagni della sua azienda murato vivo e dimenticato da tutti i colleghi, viene ritrovato e può finalmente tornare alla sua routine lavorativa. Servile e umile, il ragionier Fantozzi si sveglia la mattina alle 7:51, sopportando la vista della sua bruttissima moglie Pina (Liù Bosisio) e della ancor più brutta figlioletta Mariangela (Plinio Fernando) per riuscire ad arrivare al lavoro, al limite delle possibilità umane, alle 8:30 precise. Dopo autobus presi al volo e cartellini timbrati all’ultimo secondo, Fantozzi arriva in ufficio alla Megaditta “Ital-Petrol-Ceme-Termo-Tessil-Farmo-Metal-Chimica” tra capi dittatoriali e colleghi arrivisti o nullafacenti, cercando invano di corteggiare la signorina Silvani (Anna Mazzamauro) e finendo sempre per partecipare alle tragiche iniziative del ragionier Filini (Gigi Reder), l’organizzatore delle manifestazioni ricreative. Uno dei più famosi eventi dell’”Organizzazione Filini” è l’annuale partita aziendale di calcio tra scapoli e ammogliati che ha luogo nel più disastrato dei campetti di periferia, durante la quale i partecipanti sono vittime di infarti, collassi cardiorespiratori, infortuni di ogni tipo, allucinazioni mistiche e, in caso di pioggia, annegamenti nelle fangose pozzanghere. Le iniziative di Filini delle quali Fantozzi è vittima sono costantemente rovinate, oltre ai tragici imprevisti che capitano puntualmente, dalla “nuvola da impiegato”, la nuvola personale di ogni lavoratore che, appena vede che il suo protetto è in vacanza o si gode il tempo libero, scarica su esso ettolitri di pioggia fitta e gelata.

Quando il feroce Cavaliere conte Diego Catellani (Umberto D’Orsi), grande amante del biliardo, viene eletto a capo dell’ufficio promozioni, i vari dipendenti della Megaditta capiscono che perdendo numerose partite a biliardo col nuovo direttore potranno salire di grado. Fantozzi, su suggerimento della moglie, impara a giocare a biliardo cosicché possa perdere decentemente qualche partita e avere un aumento di stipendio. Dopo aver insultato in un impeto di rabbia la madre del direttore, la cui statua è stata posta nell’atrio della ditta affinché tutti gli impiegati possano rendere servile omaggio, Fantozzi viene ufficialmente sfidato dal conte Catellani a giocare a biliardo nella sua principesca villa, alla presenza anche di tutti i dipendenti ad assistere alla sua disfatta. Deciso a perdere di proposito, dopo una serie di umiliazioni ricevute, Fantozzi in un impeto di amor proprio mette in gioco le sue doti da campione di biliardo apprese nei giorni precedenti, sconfiggendo il suo avversario e rapendo la sua adorata madre per poter uscire illeso dalla villa, dovendo emigrare in Libia per fuggire dall’anziana che si è perdutamente innamorata di lui.

Dopo 7 anni di tentativi, usando uno speciale vestito che lo fa sembrare più magro, Fantozzi riesce finalmente a invitare a cena in un ristorante giapponese la signorina Silvani. La cena però si rivela un disastro a causa delle rigidissime regole del locale e alla incomprensione con la cuoca, che su indicazione del ragioniere fa cucinare Pier Ugo, l’adorato cane pechinese della Silvani. Per farsi perdonare, Fantozzi dona alla collega un’intera cucciolata di pechinesi e viene così invitato dalla sua amata a trascorrere un ponte a Courmayeur insieme all’odioso casanova geometra Calboni (Giuseppe Anatrelli). Durante il soggiorno i tre, su cortese proposta dalla contessina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, partecipano a una gara di sci, conclusa tragicamente con Fantozzi che viene dato per disperso e ritrovato a tarda notte mentre credeva di essere il comandante Umberto Nobile. Riavutosi nel cuore della notte in una topaia affittata per dormire, il ragioniere ascolta nell’altra stanza i due colleghi che amoreggiano. La delusione amorosa porta Fantozzi ad abbandonare il suo ufficio, venendo trasferito nel reparto della “pecora rossa dell’azienda”, ossia il ragionier Folagra, emarginato da tutti in quanto comunista. Fantozzi grazie all’influenza del nuovo collega si converte al marxismo e decide pubblicamente di inveire contro i padroni della Megaditta, venendo per questo convocato nell’ufficio del Megadirettore galattico (Paolo Paoloni), una figura leggendaria la cui esistenza è messa in discussione dai dipendenti. Immaginando le peggiori punizioni possibili, Fantozzi si sorprende della semplicità dell’uomo, che attraverso la sua accondiscendente retorica politica e le ingannevoli dimostrazioni di clemenza convince il suo impiegato a tornare servile come sempre, consentendogli di nuotare nell’acquario dei dipendenti meritevoli, nel ruolo di triglia.

«Dopo tre mesi di letture maledette, Fantozzi vide la verità, e si turbò leggermente, o meglio, s’incazzò come una bestia! …MA ALLORA MI HAN SEMPRE PRESO PER IL CULO!»

Fantozzi è un grottesco ritratto dell’Italia e, soprattutto, degli italiani degli anni ’70. Attraverso una comicità surreale e parodistica la pellicola riesce a far ridere in modo a tratti sottile e amaro e a tratti di gusto per le sue geniali situazioni tragicomiche, tipiche della parte conclusiva della commedia all’italiana. La bellezza di Fantozzi è proprio la sua capacità di divertire ponendo l’italiano medio degli anni ’70 in situazioni normali che vengono però ben presto ridotte in vere e proprie tragedie, nelle quali il lato grottesco e surreale – che emerge soprattutto attraverso l’esageratissima quanto seria voce narrante dello stesso Paolo Villaggio – rende il tutto estremamente comico. La caratteristica più interessante del film è però la capacità di regista e sceneggiatori di unire a una comicità innovativa ed esilarante una forte critica alla società del tempo. Paolo Villaggio, intellettuale di estrema sinistra le cui idee sono continuamente reiterate nel film, con Fantozzi parla di un personaggio che vive il periodo di fine dell’illusione del consumismo, dell’era industriale e del boom economico: pieno di nevrosi e insicurezza per il futuro in una società invivibile, l’uomo sopravvive accettando col sorriso di andare incontro a ripetute catastrofi. Il ragioniere riesce, riprendendo i canoni del neorealismo senza però risultare un vincente come i personaggi interpretati da Alberto Sordi, a rimanere a galla, un po’ come l’Italia stessa, umiliata, offesa, eppure sempre in grado di tirare avanti. Sebbene le situazioni in cui il ragioniere incappa siano parodistiche e grottesche, esse rappresentano la psicosi quotidiana portata all’estremo (la sveglia calcolata sul filo dei secondi o il cartellino che va timbrato a qualsiasi costo), i compromessi dettati dalle convenzioni e la dura vita dei sottoposti, costretti a rimanere a guardare con servilismo le infamie dei loro superiori, in quanto unica possibilità di sopravvivenza. Emblematica è la scena, probabilmente una delle più crudeli e al tempo stesso emozionanti del cinema italiano, in cui la piccola Mariangela Fantozzi viene derisa per il suo aspetto dai megadirettori durante la consegna dei regali di Natale ai figli dei dipendenti e il padre, intervenuto per recuperarla in un assordante silenzio, augura i suoi più servili omaggi “per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo” ai suoi capi.

Il finale del film fa capire come il piccolo ragioniere, che ha lottato ed è sopravvissuto alla sua tragicomica realtà, nel tentativo di cambiare la sua condizione viene alla fine sconfitto dai suoi nemici. Compresa la verità sul mondo attraverso le letture di Marx, Fantozzi decide di ribellarsi attivamente ai suoi capi, finendo emarginato da tutti gli altri impiegati arrivisti che vogliono unicamente sopravvivere e che per questo accettano le vessazioni dei padroni. La ribellione del ragioniere viene sanata unicamente dall’intervento del Megadirettore galattico in persona, incarnazione del potere assoluto e immutabile nel tempo, che fa convocare Fantozzi nel suo kubrickiano e minimalista ufficio, nella scena più potente e ricercata di tutto il film. A colloquio con il suo sottoposto, il megadirettore fa accomodare il giovane alla sua sedia, parlando di come entrambi siano uguali e di come le differenze tra classi siano unicamente a livello di terminologie. Raggirato il ragioniere con la sua dialettica accondiscendente, il megadirettore, ripreso il suo posto sulla sedia e fatto accomodare Fantozzi su un inginocchiatoio da preghiera, lo istruisce su come risolvere le ingiustizie del mondo attraverso un pensiero uniforme “finché non saremo tutti d’accordo” anche se ci volessero mille anni, visto che il potere che egli rappresenta è eterno e quindi può aspettare… lui. Persuaso il suo sottoposto, il megadirettore, definito dallo stesso ragioniere attraverso una parabola crescente di titoli – da “conte” a “maestà”, per concludere con “onnipotente” –, ristabilisce le classi sociali e consente che tutto torni come prima, con Fantozzi, nuovamente servile, sconfitto e umiliato, che viene premiato per la sua fedeltà.

Il film è avanguardistico non solo per la sua critica sociale ma anche dal punto di vista cinematografico e registico, avendo portato per la prima volta in Italia un mix di più tipologie di comicità. In Fantozzi si ritrova lo slapstick anni Venti nelle scene della ripetuta martellata sul dito o durante i tragici tentativi di condurre la barca al campeggio o ancora in ogni scena con il cameriere durante il Capodanno. Ma il film propone anche delle esilaranti esagerazioni fisiche e grafiche, come all’inizio quando il ragioniere viene dimenticato murato vivo per 18 giorni perché la moglie non ha denunciato la scomparsa all’azienda “per non disturbare”, o durante la mitica partita di calcio in cui il campo diventa una piscina a seguito della pioggia, o ancora quando per far capire la temperatura di quella “domenica più rigida del mese” passata al tennis vengono ritrovati gli atleti congelati negli spogliatoi e il campo è ricoperto dalla nebbia fittissima. Altre geniali trovate più orientate sul comico come le apparizioni mistiche di San Pietro sulla traversa della porta o più satiriche come il distributore di bevande che eccezionalmente per i direttori, che si fanno offrire ovviamente il “caffè” dagli impiegati, fa uscire champagne. Tutti questi diversi tipi di comicità vengono legati da una ricercata terminologia della voce narrante che si destreggia nella creazione di neologismi idiomatici esilaranti come il “megadirettore”, gli innumerevoli titoli nobiliari dei capiufficio, da un linguaggio iperbolico che esalta aggettivi come tragico, pauroso o pazzesco per descrivere le sensazioni di Fantozzi ed enfatizzare l’atmosfera di sfortuna che permea la pellicola.

Fantozzi nella sua lotta tragicomica alle catastrofi della vita moderna e alle ingiustizie della classe dirigente ricca e sfruttatrice è diventato un eroe del cinema italiano. Amato da moltissimi per le più disparate ragioni, il personaggio nel suo esordio cinematografico ha rappresentato un nuovo modello con cui interfacciarsi nell’ambito delle commedie italiane, creando una serie di seguiti – alcuni dei quali dignitosi, altri affatto – che hanno col tempo abbandonato la critica sociale per dedicarsi alle grasse risate attraverso l’eterna sfortuna fantozziana. Il primo Fantozzi è stato un successo cinematografico enorme, incassando più di 6 miliardi di lire, rimanendo in prima visione per più di otto mesi e risultando il maggior incasso in Italia della stagione 1974-75. Un successo tale da aver reso celeberrime nella memoria degli italiani di tutte le età le sequenze più esilaranti dei film.

mario ferrari
Pisano di nascita e romano d'adozione. Da diversi anni ho sviluppato una grande passione per i film, il cinema e tutto ciò che si lega a esso, dalle origini con Méliès, all'Espressionismo tedesco, fino alla contemporaneità.

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