Non solo spettacolo

AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI POTEVI AMMIRARE LA STREET ART

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“Ho bisogno di qualcuno che mi protegga da tutte le misure adottate al fine di proteggere me stesso.” Bansky

Provocatorio, rivoluzionario, coraggioso, Banksy (non potevamo che partire proprio da lui). L’artista e writer inglese è infatti famoso per i murales sparsi in diverse città del mondo che sfidano il potere, toccando tematiche politiche, culturali e sociali.
Le sue opere, che includono anche quadri, oggetti e altre creazioni, si contraddistinguono per la natura satirica di tipo sovversivo. Banksy ama provocare, mettere in discussione le verità che diamo per scontate, criticare la manipolazione mediatica cui tutti siamo sottoposti, l’inquinamento, lo sfruttamento minorile.
Il nostro breve viaggio nel criminale mondo della street art parte dall’Arcimboldi per proseguire lungo tutto lo stivale.

Bansky

Impossibile pianificare la stagione? Nessun problema, la coraggiosa operazione del Teatro degli Arcimboldi di Milano.
Prevista fino al 13 dicembre e purtroppo bloccata dal DPCM che di fatto sospende gli spettacoli aperti al pubblico e chiude musei e mostre al Teatro Arcimboldi di Milano, era in corso la mostra “Unknown: Street Art Exhibition”, organizzata da Next Exhibition e Show Bees, in collaborazione con il Collettivo di collezionisti Xora. In questa sede, attraverso le oltre 100 opere presentate, si poteva entrare in contatto con il mondo di quella che per anni è stata identificata- dalle sfere più esclusive del mondo dell’arte – con il titolo dispregiativo di aeresol art,ma le cui opere vengono oggi battute alle aste internazionali per decine di milioni di dollari.

Blu, uomo carroarmato, 2003

La mostra prende in considerazione la storia della Street Art fin dalle sue origini. Le opere di protagonisti della Street Art americana come KayOne, Phase 2 e Swoon accoglievano il visitatore, proiettandolo nella New York degli anni ’70. A fianco delle opere americane, l’allestimento, curato da Lacrym Lisnic,pone sin da subito le opere dello street artist marchigiano Blu. I suoi lavori compongono buona parte della mostra, partendo da Uomo Carroarmato, dipinto su di una saracinesca, fino alla documentazione del murale realizzato (insieme a Ericailcane) nel 2007 sulla facciata interna del Pac di Milano in occasione della mostra “Sweet Art, Street Art. Dalla cultura hip hop alla generazione pop up”.

Jean-MichealBasquiat, Beat Pop (copertina di vinile), 1983

Proseguendo lungo il percorso espositivo, si potevano osservare le opere di esponenti internazionali della Street Art, dai brasiliani OSGEMEOS (“i gemelli” in portoghese, in quanto duo artistico composto proprio da due gemelli originari di San Paolo, Brasile) – di cui è presentata Contrafiction, realizzata in collaborazione con gli street artist Nina Pandolfo, Herbert Baglione, Vitché, Mate, Daim eTasel – fino all’inglese Ben Eine, di cui è esposta Delinquents. Seguono lavori di ShepardFairey, l’ideatore della celebre quadricromia di Obama che accompagnò le elezioni americane del 2008, Basquiat – la cover da lui disegnata per il singolo Beat Pop diRammellzee, street artist e artista hip hop – e di Banksy, con la sua LaughNow, ButOneDayWe’ll Be In Charge, originariamente ideata per un murales all’Ocean Rooms, night club di Brighton.

Blu

La seconda parte della mostra vede protagonista ancora Blu, con varie serigrafie realizzate intorno agli anni ’10 del 2000, tra cui Funerale Il nulla, oltre alla documentazione di murales di grandi dimensioni realizzati in varie parti del mondo, da Campobasso fino a Buenos Aires. Minimo comune denominatore della sua produzione, la critica sociale. L’ultima parte dell’esibizione presenta, a fianco di opere di 3D, all’anagrafe Robert del Naja, street artist e musicista leader dei Massive Attack – da alcuni sospettato di essere il volto dietro il progetto Banksy -, alcune delle opere più celebri di Banksy stesso, da Girl with Balloon – battuta all’asta nel 2018 da Sotheby’s per più di un milione di sterline, e autodistruttasi grazie a un meccanismo inserito dentro la cornice del quadro – fino a Happy Choppers, dall’evidente significato antibellico.

Bansky, il senzatetto


Vandali o artisti geniali?

Ma questi “pericolosissimi artisti” sono vandali senza scrupoli o artisti geniali? Sicuramente la street art è nata come espressione fuori dall’ordinario, al di là dell’imperativo categorico dell’arte rinchiusa nelle gallerie e nelle grandi esposizioni, ma ancora oggi le persone si dividono: la street art è arte o vandalismo?
Questo fenomeno è stato spesso etichettato come atto di vandalismo perché i supporti utilizzati sono mezzi ed edifici pubblici. La differenza tra atti di vandalismo e il writing però esiste ed è da ricercare nelle motivazioni che portano la persona a dipingere. Il confine fra arte e vandalismo e tra bellezza e illegalità è stato illuminato più volte da artisti di fama mondiale, come Haring, Banksy, Blu e molti altri.

E tu, li accuseresti di atti di vandalismo?

I loro disegni sono opere d’arte che spingono a riflettere sulle difficoltà e i successi della società attuale, ispirando in ognuno di noi il desiderio di pensare a ciò che ci circonda non solo idealmente, ma anche fisicamente. questa forma d’arte è un faro puntato su quelle zone che, per molti, rappresentano la vergogna del tessuto urbano e sociale insieme, tanto delle periferie metropolitane, quanto dei piccoli centri. Esercitando anche una vera e propria violenza visiva, la street art è un corteo rumoroso che reclama. Ci sono casi che interessano intere città, con una diffusione capillarizzata delle opere, dal centro alle periferie, e ci sono, invece, gli interventi circoscritti a determinate aree: in qualsiasi caso, un fenomeno che, attraverso la bellezza, attira l’attenzione sulle storture e le contraddizioni dei luoghi. E non è un caso che questo fenomeno si sia molto diffuso nella provincia e, in modo particolare, al sud, in luoghi afflitti da forti criticità, come dimostrano molti casi sviluppatisi tra Lazio e Sicilia, passando per Campania, Puglia e Calabria.

Tor Marancia, Roma

Già da qualche tempo è celebre l’attività di Jorit, artista non convenzionale (ma la cui arte è riconosciuta anche dai canali più classici e istituzionali) che arricchisce i muri di Napoli con enormi ritratti: San Gennaro, Eduardo De Filippo, Totò, Massimo Troisi, Che Guevara, Maradona e Ilaria Cucchi, solo per citarne alcuni. Le dimensioni di queste opere attirano immediatamente l’attenzione, insieme alla corposa aneddotica che portano con sé: si dice che i murales siano pieni di messaggi nascosti – nomi, dettagli, citazioni – che collegano le figure raffigurate ad altre vicende e, in modo molto originale, i personaggi raffigurati tra di loro. L’attenzione di Jorit per la realtà partenopea non si concretizza solo nelle figure monolitiche del teatro, del cinema e dello sport: protagonisti delle opere murarie sono anche gli scugnizzi, come quello che reca la scritta “Essere umani”, e protagonisti-simbolo della cronaca locale come Davide Bifulco, il diciassettenne la cui vicenda resta ancora nebulosa, ucciso “per errore” da un carabiniere. Figure, queste, che per le loro dimensioni e il loro significato, sembrano quasi un’apparizione, un gigantesco monito su come sia difficile vivere da ultimi, ma non per questo si debba rinunciare ad alzarsi e a riscattare la propria condizione.

Jorit

Il Sud come modello da replicare

Scendendo più a sud, si scopre che Catanzaro non è da meno: a partire dal 2014, Altrove Fest colora le strade della città, le riqualifica, restituisce gli scorci cittadini a un nuovo fulgore, sottraendoli all’abbandono e allo squallore di un’urbanizzazione cieca e incontrollata. E lo fa con un’arte pura, perché volatile e vulnerabile, che diventa parte integrante dello skyline, esposta allo smog e alle intemperie, agli atti vandalici e perfettamente integrata con gli edifici, le attività commerciali, i palazzoni di periferia. Nel corso degli anni, questa manifestazione è diventata migrante (o, per meglio dire, pandemica), spostandosi in tutte le direzioni per arrivare a Favara, in Sicilia, e in Puglia, a Vico del Gargano. E proprio in Puglia, precisamente a Grottaglie, in provincia di Taranto, per cinque edizioni ha preso vita il Fame Festival, pionieristico nell’ambito della street art. Quale sia la pronuncia di questa manifestazione che ha portato in un piccolo centro le opere di street artist di fama internazionale come Blu, Ericailcane e Nunca non è dato sapere. Da una parte la fama (se letto in inglese), dall’altra la pronuncia italiana che, invece, suggerirebbe una chiave di lettura più affamata e molto pregnante, se si pensa che la manifestazione si svolgeva proprio a due passi dall’Ilva e dalle sue ingiustizie, dal ricatto occupazionale e dalla sommessa accettazione che il mostro siderurgico, in fin dei conti, dia da mangiare. Un arricchimento, questo, che è stato ben compreso anche nelle grandi città: una su tutte, Roma, che in molteplici zone diventa un museo a cielo aperto. Partendo da Pigneto e Torpignattara, con il loro melting pot, passando per la zona del Porto Fluviale, dove campeggia il più grande murales europeo “ecologico”, realizzato, cioè, con una vernice capace di catturare lo smog. Tra identità urbane ritrovate e benefici per l’ambiente, però, la street art è accusata anche di imborghesimento. Infatti, oltre l’accusa di gentrificazione, secondo le quali la street art starebbe trasformando anche i quartieri più autenticamente popolari in covi per speculatori immobiliari.

Fame Festival, Grottaglie

E se i quartieri più degradati passassero da una reale riqualifica istituzionale?

La stagnazione di tutti i problemi connessi all’abbandono di un’area urbana, agghindati, però, in una veste urbanistica più gradevole. Le attività illecite, la bassa scolarizzazione e, più in generale, la permanenza delle regole di marginalità che hanno sempre regolato l’ecosistema delle periferie, tra legge del più forte e frustrazione per l’abbandono da parte delle istituzioni, non sono problemi risolvibili con un’opera, inutile illudersi.

Altrove Festival, Catanzaro

Una cooperazione tra l’arte e le istituzioni, potrebbe fattivamente attirare l’attenzione su alcune realtà difficili, su alcuni quartieri di periferia, e non farli, al contrario, diventare solo più gradevoli alla vista. La street art, mio modo di vedere ce lo insegna magistralmente, le opere, se non preservate si deteriorano in pochi anni e, con loro, l’effetto benefico di riqualifica delle aree degradate. 

Spero si possa trovare un punto d’incontro concreto tra pubblico/privato in modo di valorizzare e sviluppare questa straordinaria forma d’arte senza correre il rischio di imborghesirla. Nel frattempo speriamo di poter tornare presto all’Arcimboldi di Milano ed in tutti i luoghi di spettacolo e cultura del nostro splendido Paese. Le giornate si fanno sempre più corte, il cielo spesse volte è grigio e sinceramente, continuare a vivere senza tutta questa bellezza rischia di impoverirci.

APERTI, NONOSTANTE TUTTO

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