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“Flee”

Tempo di lettura: 3 minuti

“Flee” (Flugt) è quel gioiello di animazione diretto da Jonas Poher Rasmussen che ha ottenuto una nomination ai Golden Globe, quattro agli Annie Awards, due candidature ai BATFA e corre agli Oscar nientemeno che per tre statuette (miglior film d’animazione, miglior documentario, miglior film internazionale).

Al Dolby Theatre di Los Angeles il 27 marzo “Flee” arriva dopo aver abbattuto le barriere tra generi cinematografici e puntato sulla felice commistione di linguaggi e formati.

Si smentisce così la distanza, per linea di principio abissale, che superficialmente si ravviserebbe, trascurando peraltro un fulgido esempio di armonizzazione dei generi come “Valzer con Bashir” (2008) del regista israeliano Ari Folman, tra intento documentaristico e animazione.

Flee” narra senza retorica la storia vera di Amin Nawabi, paradigma di tutte le storie il cui comune denominatore è la fuga dalle atrocità della guerra.

L’Afghanistan dell’infanzia di Amin, di quel tempo lieto in cui ci si permetteva di girare per le strade con le cuffiette del walkman alle orecchie ascoltando “Take on me” degli A-Ha, come a presagire la fuga (I’ll be gone in a day or two), è stato spazzato via dai mujaheddin.

Il regime talebano, atroce esito dell’ininterrotto antagonismo tra America e Russia, trasfigura quel Paese già morfologicamente aspro che Rasmussen fissa nei popolari 8 millimetri.

Bisogna pertanto raccogliere il necessario che scarta una bella porzione di vita, voltarsi indietro per l’ultima volta e poi fuggire.

Il viaggio che Amin recupera negli anfratti della sua memoria, non senza sofferenza eppure con ammirevole dignità, contiene orrori che non si dimenticano, che giocoforza gravano sull’esistenza dell’uomo.

E sono i riverberi, steso Amin su un tappeto policromo e inquadrato dall’altro, a trasparire dai primi piani.

Si può restare immobili e portare negli occhi il dolore.

La cornice estetica

La ricostruzione del passato è in “Flee” un’alternanza di codici grafici all’interno di una cornice estetica assolutamente pregiata.

Lo stile, talora realistico, vira sull’underground e si giova del bianco e nero per amplificare il dramma, lasciando addirittura che i volti rinuncino alle fisionomie, sfumino all’inasprirsi dell’orrore.

Sono incubi, sono fugaci lampi di speranza angustiati dalla disperazione.

È la storia di un uomo che sulle macerie ha ricostruito la propria esistenza e che delle macerie, imbrattate dall’ineludibile e salvifica menzogna, ha dovuto persino tacere al cospetto dell’irremovibilità, del giudizio.

Il sistema di welfare per i rifugiati impone infatti al giovane Amin di raccontare la triste favola della sua solitudine.

L’identità in primo piano

Oggi Amin è un affermato ricercatore universitario che sta per sposarsi con un uomo. E qui si incrocia, con garbo e purezza inusitati, il tema dell’omosessualità.

In Afghanistan non v’era un termine che la contemplasse, non v’era scampo alla riprovazione, non v’era alcun margine di autogestione. Ma la Danimarca non è l’Afghanistan.

Allora “Flee” diventa un film sull’identità che trova il suo apice di incanto nella scena in cui il fratello maggiore accompagna il protagonista, dopo quel raccolto tragitto in macchina che ci aveva lasciato ipotizzare una differente destinazione, in un club gay.

Sono luci, sorrisi. E profumano di salvezza. E libertà.

Forse un semplice documentario non avrebbe potuto scolpire allo stesso modo i demoni del passato di Amin. In un’epoca di bombardamenti di immagine reali, cui l’uomo si è tristemente assuefatto, l’animazione costituisce uno straordinario mezzo espressivo.

“Flee” è un reportage che trova nella declinazione grafica l’occasione d’essere potente e poetico allo stesso tempo.

“Flee” dovrebbe entrare nei palazzi del potere, nelle case, nelle scuole. Ché l’imbecillità e la scelleratezza dell’essere umano – si veda l’Ucraina oggi – troveranno sempre nuove terre da straziare.

Ché gli Amin sono tantissimi. E tutti sono fuggiti, portando sulle spalle la propria bisaccia di orrori. E qualcuno si è salvato. Ma molti, troppi Amin non sono mai arrivati.

Scritto da

Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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