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ANNA MARIA MEO: “L’INCLUSIVITÀ DELLA MUSICA È UN VALORE ASSOLUTO”

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Contenuti musicali di gran pregio e la rinuncia alla dimensione scenica nel Festival Verdi 2020. L’intervista alla Direttrice generale del Teatro Regio e Direttrice artistica del Festival Verdi Anna Maria Meo

Il Festival Verdi 2020 “Scintille d’Opera” festeggia a Parma e a Busseto il suo ventesimo anniversario. La volontà di ripartire ha superato ostacoli che dapprima sembravano insormontabili e allestito il teatro all’aperto nel Parco Ducale. Dall’11 settembre al 10 ottobre, nella veste inedita pensata alla luce dell’emergenza sanitaria, il Festival esce così dai teatri ed echeggia nelle strade, nelle piazze, nei quartieri della periferia e del centro città. 

Il Festival è il primo tassello della ripartenza del teatro dentro il perimetro di Parma Capitale italiana della Cultura 2020?

Prima dell’emergenza sanitaria avevamo un programma con un progetto speciale dedicato al Novecento musicale e al suo rapporto con il concetto di Tempo. Avevamo pensato il Festival in un’altra maniera. Dopo lo smarrimento delle prime settimane abbiamo cominciato a fare i conti con le restrizioni stringenti. Non essendo concepibile un Festival con poco più di duecento spettatori, abbiamo dunque scelto di rimodulare il programma, privilegiando i contenuti musicali di qualità e rinunciando alla dimensione scenica vera e propria. 

Il Parco Ducale, con la facciata monumentale sullo sfondo, ci ha permesso l’allestimento di un parco gigantesco e di disporre di un perimetro che, nel pieno rispetto delle regole di distanziamento, accogliesse gli interpreti musicali. In platea ci sarà spazio per mille persone e questo rende plausibile lo sforzo economico e produttivo.

Mi sembra un tassello importante nell’ottica della ripartenza.

In che direzione sono andate le scelte artistiche?

Sono stati privilegiati i contenuti musicali di gran pregio. Tra gli altri, il Macbeth, nella versione di Parigi mai più eseguita dopo il debutto del 1865, con la direzione del Maestro Roberto Abbado; l’Ernani, per dirigere il quale torna a Parma il Maestro Michele Mariotti; l’altrettanto gradito ritorno, a dirigere l’Orchestra del Teatro di Bologna, del Maestro Valerij Gergiev.

Il 10 ottobre festeggeremo i 207 anni di Giuseppe Verdi con una cerimonia in suo onore e il tradizionale omaggio che la città gli offre sulle note del Va’ Pensiero. Seguirà il Gala Verdiano del baritono Luca Salsi, accompagnato al pianoforte da Milo Martani, al Teatro Regio di Parma. Non abbiamo saputo immaginare un finale diverso, fuori casa. Una sorta di buon auspicio per il futuro del Festival e del teatro. 

Perché “Scintille d’Opera”?

Abbiamo letteralmente pescato nel programma corposo precedente alcuni elementi e ci siamo adoperati per renderli addirittura più preziosi, più luccicanti. Nostra intenzione è stata inoltre dare un segno di speranza e fiducia a tutto il teatro. 

Il Teatro Regio di Parma e il Festival Verdi possono contare sul sostegno di istituzioni, partner, sponsor. Crede sia una pratica diffusa su tutto il territorio nazionale, date le recenti polemiche e le numerose lettere aperte dei lavoratori dello spettacolo, o solo una felice eccezione?

Il panorama della musica è molto eterogeneo. I teatri insistono e sono innervati su territori diversi: industriali, votati al turismo, più o meno quindi alla cultura. Credo che l’esempio del Teatro Regio serva a comprendere quanto essenziale sia una programmazione a medio termine che coinvolga istituzioni e privati. Il Comune ci sostiene mettendo a nostra disposizione risorse che non fanno invidia a realtà ben più grandi e la Regione Emilia Romagna è un modello straordinario che mantiene in vita otto teatri di notevole livello. C’è grande attenzione verso la musica, la danza, le arti sceniche. A ciò si aggiungano le risorse private. Occorre collaborare, come noi facciamo, con chi ci sostiene, fornendo anche formazione. Da quattro anni il Teatro Regio vanta un’agenzia formativa accreditata. Bisogna entrare nelle logiche aziendali, nei dipartimenti che curano il welfare delle aziende, laddove i dipendenti diventano spettatori a teatro. Fatto il lavoro bisogna “manutenerlo”. Le istituzioni non devono scimmiottare le aziende, piuttosto apprendere dai loro sistemi di gestione. Per far ciò occorre personale formato e qualificato. Noi, negli ultimi cinque anni, siamo andati in questa direzione e siamo testimoni di una progettualità che dà manifestamente i suoi frutti. 

Quali scenari immagina si apriranno nell’immediato futuro per il teatro dentro e fuori i confini nazionali?

Nei territori cambieranno le priorità. Fondazioni bancarie come la Cariparma saranno stimolate da altre necessità. I teatri devono adeguarsi con nuove progettualità, non possono essere autoreferenziali e badare esclusivamente alle stagioni, agli abbonamenti e a un pubblico essenzialmente facoltoso. Occorre una reazione e una relazione differente con i territori che li ospitano. Devono altresì sostenere le comunità, di recente deboli e provate. È una sfida grazie alla quale il teatro può uscire addirittura più forte. 

Si prenda il progetto sociale “Verdi Off”, la rassegna di appuntamenti collaterali al Festival Verdi, a ingresso libero. Da quattro anni si va nelle carceri, negli ospedali, nelle case di riposo. La lirica va dal pubblico, nei quartieri popolari, fuori dal centro: numerosi eventi pulviscolari nella formula 2020 che risulta ancora più idonea a questi scenari. Il Festival animerà vie, cortili, spazi condominiali, luoghi di maggiore fragilità sociale. Talvolta saranno pillole musicali ad attirare l’attenzione dei passanti. Negli anni precedenti abbiamo persino aperto le case private, accogliendo un pubblico prevalentemente straniero, offrendogli un bicchiere di Lambrusco e un assaggio di Parmigiano Reggiano. Sono stati grandi introiti per la cittadinanza. C’è anche la “Verdi Parade”, con oltre duemila artisti e scuole di musica e danza.

Sono fermamente convinta, pertanto, che l’inclusività della musica sia un valore assoluto e che la città debba diventare un laboratorio a cielo aperto, con “Verdi Off”, per esempio, che trasloca nei parchi, nei greti dei fiumi. I progetti devono essere adeguati al territorio. I teatri devono diventare vere e proprie infrastrutture, non luoghi di privilegio. Occorre un cambio radicale di prospettiva, senza il quale non serviranno appelli. Auspico pertanto che i teatri, tutti i teatri, sappiano adeguarsi alle nuove necessità.

(fotografia di Roberto Ricci)

Giusi Arimatea
Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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