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Foto di Vishnu R Nair via Pexels

Musica, Spettacolo dal vivo

C’è ancora voglia di musica dal vivo, Sconocchia: «uniamoci per portare tutta la musica italiana all’estero»

Tempo di lettura: 4 minuti

La musica dal vivo in Italia ha conquistato ottimi risultati sia nel 2022 che nel 2023, e le previsioni per l’anno successivo sembrano confermare questa tendenza di continua crescita. Il comparto dei live e dei concerti è stato l’aprifila nel settore dello spettacolo dal vivo dopo la pandemia, segno di una tendenza di ripresa e di crescita confermata da tutti gli altri settori, dal cinema ai teatri, fino agli spettacoli viaggianti nei circhi e nei parchi.

Sul tema è intervenuto Bruno Sconocchia, esperto nel campo del management musicale dello spettacolo e della musica dal vivo e presidente di AssoConcerti: nuova realtà entrata a novembre nelle fila di AGIS, che promuove lo sviluppo e la diffusione della musica in Italia e all’estero. L’associazione, nata nel giugno del 2023, rappresenta e tutela gli interessi di un’importante quota di operatori e delle imprese che operano nel settore della musica dal vivo, specialmente quella popolare contemporanea.

Cosa significa rappresentare un settore così vasto e articolato come quello della musica popolare e contemporanea?

«Assoconcerti si costituisce come un’associazione di categoria che vuole rappresentare tutto il settore della musica popolare e contemporanea: dai grandi produttori fino ai piccoli organizzatori locali, che sono poi quelle persone che offrono lo spettacolo nelle singole realtà del territorio.
È un mondo molto articolato, componente maggioritaria del settore dello spettacolo, sia in termini di fatturato che di presenza del pubblico, settore a sua volta imprescindibile dell’industria culturale nazionale.
Credo sia necessario dare una pari valenza ai termini di “industria” e di “cultura”. Significa far intendere come questo settore abbia una ricaduta importante sull’economia del nostro Paese, sia attivamente a livello occupazionale delle persone che lavorano direttamente in questo comparto, dal personale artistico ai servizi locali, dalla manovalanza al servizio d’ordine che sono coinvolti nei singoli spettacoli, per non parlare dell’importante ricaduta economica sul territorio, ad esempio nelle strutture di ospitalità, ristorazione, ecc
».

Che ruolo ha questo settore nello spazio culturale internazionale?

«Ancora troppo poco. In un’epoca come quella attuale, in cui anche la politica pone l’accento sulla promozione all’estero del Made in Italy, ritengo sia fondamentale chiedere un serio supporto sull’internazionalizzazione della musica italiana.
In realtà ci sono stati alcuni fenomeni negli ultimi anni, da Il Volo ai Maneskin, che hanno avuto una grande risonanza a livello internazionale, ma sono ancora degli episodi sporadici. Non casuali, perché c’è dietro un importante lavoro da parte della discografia e dei management, ma senza un piano organico.
Credo che forse lo Stato potrebbe e dovrebbe farsi carico di un piano strutturale di promozione della tradizione musicale italiana all’estero
».

Ha senso parlare ancora di generi diversi di musica?

«La musica, nella sua accezione più ampia, è cultura. Senza distinzione di generi o livelli. Trovo che il nostro ingresso tra gli associati dell’AGIS insieme alla Fondazione INDA – Istituto Italiano del Dramma Antico sia un bellissimo segnale che testimonia come la Musica sia una sola. Non esiste musica leggera o pesante: qualunque essa sia, sinfonica o popolare, può essere bella e brutta.
Il nostro obiettivo, credo, debba essere quello di raccoglierla e promuoverla nel suo complesso, prestando particolare attenzione alla dimensione dell’internazionalizzazione. Perché non portiamo all’estero la musica italiana nel suo complesso, in modo organico e strutturato? Dal bel canto al repertorio jazzistico, dal cantautorato alle tradizioni musicali regionali. Credo che in questo modo potremmo ottenere un grande risultato, tutti insieme
».

Questa estate si è registrata una grande partecipazione ai concerti in tutto il paese e il Rapporto Siae ha confermato che le manifestazioni musicali sono state uno dei settori più attivi del 2022. A cosa si deve questo successo?

«La spiegazione che ci siamo dati per l’anno 2022 è che questo aumento fosse, in qualche modo, legato modo alla riprogrammazione di molti spettacoli che erano stati sospesi i due anni prima a causa della pandemia. Ma la buona notizia è che il 2023 ci ha già dimostrato un ulteriore incremento nella partecipazione e nella vendita dei biglietti. Ed è una tendenza che si sta già confermando, in prospettiva, con le prevendite degli spettacoli per l’estate del 2024, che in molti casi stanno raggiungendo il tutto esaurito.
Sul perché di questo fenomeno credo ci sia una spiegazione legata al punto culturale: la musica e quindi i concerti sono un momento fondamentale di aggregazione, sia culturale che sociale, in cui le persone si ritrovano per condividere insieme le emozioni di quell’esperienza o di quello spettacolo. È come partecipare a una cerimonia dove c’è un celebrante, che è l’artista sul palcoscenico, e una platea che è come una tribù da cui l’artista non può prescindere: una collettività che in quel momento sta condividendo un pezzo della propria vita e forse anche una visione di futuro insieme
».

Non solo grandi stadi, anche le piccole venues hanno contribuito lo scorso anno a rendere i concerti uno dei settori di punta dello spettacolo dal vivo. Perché è importante investire anche sui piccoli centri culturali e di esibizione? 

«Il mercato, per questioni logiche-demografiche, si sta concentrando sempre di più sulle grandi città, che offrono bacini di pubblico sempre maggiori. Ma non bisogna dimenticare anche due elementi fondamentali: il primo è quello dei piccoli locali, che possono essere fucine di molti artisti del domani; d’altra parte, un fenomeno che credo sarebbe interessante e opportuno approfondire sia quello dei festival.
Decentrare la musica attraverso una rassegna che unisca una serie di spettacoli, organizzati in un determinato periodo di tempo, può essere una fonte importante di risorse per il territorio. La musica e le manifestazioni di spettacolo legate ad essa non sono solo una spesa di denaro, una voce passiva nel bilancio, ma possono e devono essere un importante investimento per le amministrazioni e le comunità locali
».

C’è però anche un altro tema che sta destando sempre più preoccupazione anche nella musica: quello dell’intelligenza artificiale. L’IA può essere secondo lei un aiuto o un ostacolo per i musicisti e i produttori?

«Dico sempre che non bisogna aver paura della tecnologia. Comprendo tutte le paure del mondo della discografia legate alla protezione del diritto d’autore e ben venga una regolamentazione europea che protegga i diritti di chi crea.
Sono meno preoccupato per quanto riguarda i live, perché quello che li caratterizza è l’interazione tra l’artista e il suo pubblico dal vivo, cosa che l’intelligenza artificiale non può replicare.
Ciò non significa che il digitale e l’IA non possano diventare uno strumento da utilizzare nella realizzazione dei nostri spettacoli. I dati e gli studi a riguardo dimostrano che le persone sono disposte a pagare biglietti anche più alti per vedere spettacoli di qualità sempre maggiore».

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